Radio Cora - Con Di Segni scompare uno degli ultimi ‘testimoni’ della Shoah

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  • Con Di Segni scompare uno degli ultimi ‘testimoni’ della Shoah

    Si è spento a Roma Lello di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, il “sabato nero”.

    Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia (da dove il corteo funebre è passato alle 11.30) e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz, in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.

    Lello di Segni, nato il 4 novembre del 1926, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 1943 viene prelevato dalle SS con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, come afferma anche la storica Anna Foa, autrice del saggio Il portico di Ottavia. Le SS, su ordine di Kappler, avevano diviso la città in 26 zone “operative” e in ognuna di esse si doveva sviluppare contemporaneamente la razzia, che aveva lo scopo di arrestare la maggior parte degli ebrei presenti in quel momento in città.

    La sera prima della retata -racconta di Segni- «c’erano stati dei mitragliamenti, delle bombe a mano con esplosioni, in modo che noi ebrei impauriti rimanessimo a casa senza uscire». Poi, la mattina presto, senza avvertire neppure il rumore delle camionette, sentono bussare alla porta: «C’erano le SS con i mitra in mano. Non mi ricordo se erano due o tre persone in divisa. Uno di loro aveva un foglietto in mano».

    Erano le istruzioni, in un italiano approssimativo, per i destinati alla deportazione: «1. Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti. 2. Bisogna portare con sé: a) viveri per almeno otto giorni; b) tessere annonarie; c) carta d’identità; d) bicchieri. 3. Si può portare via: a) valigetta con effetti e biancheria personale, coperte; b) denaro e gioielli…4. Chiudere a chiave l’appartamento e prendere con sé le chiavi».

    E ancora racconta di Segni: «Eravamo tutti e sei in casa: io, mio padre, mia madre e tre fratelli: Angelo, Mario e Graziella. Quasi all’alba sono arrivati, si sono presentati e con una lista di nomi hanno iniziato a perlustrare le stanze, convinti che nascondessimo qualcuno. Dentro gli armadi, in soffitta, in cantina. Niente. C’eravamo solo noi, gli altri parenti erano scappati le settimane precedenti. Poi con il mitra dietro la schiena siamo scesi in strada e saliti sui camion».

    Ammucchiati su due o tre camion ci sono uomini, donne, vecchi, malati, bambini. Solo in fondo al camion, buttati su un’asse di legno, alcuni neonati. Nella notte, a quei neonati, si sarebbe aggiunto il piccolo partorito nel Collegio Militare da Marcella Perugia. Rimasto senza nome.

    Nessuno di quei bambini è tornato, come hanno ricostruito nel saggio Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida.

    Lello di Segni, insieme agli altri, viene caricato sui vagoni piombati alla stazione Tiburtina, deportato ad Auschwitz, dove diviene il numero 158526. «Così dovevo essere chiamato, 158526 […] Come un cavallo. Su un lato del mio vestiario c’era il mio numero de bestia» ha raccontato allo storico Marcello Pezzetti, già designato Direttore Scientifico della Fondazione Museo della Shoah -che avrebbe dovuto sorgere già da anni a Villa Torlonia a Roma- autore di Il libro della shoah italiana.

    Di Segni viene smistato infine nel «KL Warschau», il campo di concentramento di Varsavia, dove è avviato a lavorare al recupero di quanto poteva essere utile ai nazisti tra le rovine di quello che era stato il ghetto della capitale polacca, devastato dopo un’eroica resistenza.

    Dalla retata nel ghetto tornano solo in sedici. Solo quindici uomini e una donna. Si chiamavano Michele Amati, Lazzaro Anticoli, Enzo Camerino, Luciano Camerino, Cesare Di Segni, Lello Di Segni, Angelo Efrati, Cesare Efrati, Sabatino Finzi, Ferdinando Nemes, Mario Piperno, Leone Sabatello, Angelo Sermoneta, Isacco Sermoneta, Settimia Spizzichino, Arminio Wachsberger. E ricordare i loro nomi, oggi che se ne sono andati tutti, è l’ultimo modo per rendere loro onore.

    Con Di Segni è morto “l’uomo che raccontava ai ragazzi”. Restano adesso solo le testimonianze lasciate nei libri, nei documentari, su giornali e saggi, nelle interviste di chi ha conosciuto quei rari sopravvissuti. Ma l’ultimo testimone diretto di quella spaventosa retata non c’è più.

    La senatrice a vita Liliana Segre ha detto: “Man mano che spariscono le persone temiamo solo che sparisca la memoria. È rivolgendoci agli studenti e soprattutto agli insegnanti che si può avere una speranza che tutto quello che è successo nel Novecento, per la colpa di essere nati, non diventi solo una riga di un libro di storia e poi nemmeno più quella”. E su tale linea il MIUR è giunto alla XVII edizione del concorso “I giovani ricordano la Shoah”, rivolto a tutti gli studenti del primo e del secondo ciclo di istruzione. E il testo del concorso per le scuole secondarie di secondo grado per l’anno scolastico in corso invita a riflettere proprio sull’intervento pronunciato il 5 giugno 2018 dalla senatrice a vita Liliana Segre al Senato della Repubblica: “Si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”

    La morte di Lello di Segni ci invita ad assumerci sempre più questa memoria e a trasmetterla alle giovani generazioni, come barriera contro ogni forma di antisemitismo, razzismo e discriminazione.

    CHIARA NENCIONI

    1980 Vis. 2 Vis. oggi