Radio Cora - In Italia c’è puzza di bruciato…

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  • In Italia c’è puzza di bruciato…

    Calci, un comune della provincia di Pisa non distante da Lucca, ha visto da lunedì sera scatenarsi un violentissimo incendio, non ancora del tutto domato, che ha distrutto gran parte del Monte Serra, riducendo in cenere centinaia di ettari di bosco, con i suoi alberi secolari, macchia mediterranea, pini marittimi, vigne e uliveti.

    di CHIARA NENCIONI

    600 ettari di bosco ridotti a cenere, 700 persone evacuate, 4 milioni di euro per il settore agricolo, stato di emergenza.

    E’ cambiata la geografia di questo pezzo di Toscana, con tutti i rischi, oltre alla desolazione, che ne conseguono per l’assetto idrogeologico, ad esempio possibili gravi danni procurati dalla prossine piogge autunnali.

    La Procura indaga per rogo doloso e martedì mattina ha aperto un fascicolo. Ad indagare sono i vigili del fuoco e il nucleo dei carabinieri forestali.  Ci sarebbero 5 sospettati, persone già conosciute alle forze dell’ordine, e sarebbe stato individuato anche il luogo da cui è partito l’incendio, lo stesso da cui, già una settimana fa, era partito un rogo, per fortuna di dimensioni più ridotte e, grazie alle telecamere di video sorveglianza presenti sul territorio, sono stati trovati gli inneschi.

    L’accaduto rimanda al crescente problema degli incendi boschivi dolosi, che sono sempre più frequenti (e non solo in Italia, basti pensare alla California che brucia ormai ogni estate), nonostante leggi che cercano di fare leva sulla mancanza di interessi economici sottesi a certi incendi.  L’art. 1 della l. 47/1975 (“Norme integrative per la difesa dei boschi dagli incendi”), demandava ad appositi piani regionali e interregionali la difesa e la conservazione del patrimonio boschivo minacciato dagli incendi, prevedendo al successivo art. 9, comma 4, che “nelle zone boscate, comprese nei piani di cui all’articolo 1 della presente legge, i cui soprassuoli boschivi siano stati distrutti o danneggiati dal fuoco, è vietato l’insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo. Tali zone non possono comunque avere una destinazione diversa da quella in atto prima dell’incendio”.

    Tale legge, oggi abrogata, è sostituita dalla legge-quadro 353/2000  che rende del tutto inedificabili i boschi dopo gli incendi, secondo il principio dell’assoluta inedificabilità delle aree in questione, a prescindere dalla loro tipizzazione urbanistica preesistente all’evento incendiario, siccome intesa a prevenire fenomeni speculativi e ad assicurare la rigenerazione del «bosco considerato nella sua entità unitaria di ecosistema complesso» e la tutela del patrimonio boschivo nazionale quale bene insostituibile per la qualità della vita. 

    Dunque perché continuano a verificarsi frequentissimi incendi? 

    Le cause naturali che possono scatenare un incendio boschivo sono estremamente rare. La presenza di una gran quantità di combustibile, la vegetazione, e di comburente, l’aria, non basta da sola a provocare il fuoco. Quello che manca, in un bosco, è il calore necessario per una reazione chimica a catena.

    Quindi la totalità degli incendi ha cause umane, intenzionali o non intenzionali, poiché le cause naturali, come fulmini e casi di autocombustione, nel nostro paese si contano sulle dita di una mano. Molto spesso, gli incendi sono causati dall’azione involontaria dell’uomo, come ad esempio le scintille causate dai freni di un treno, una marmitta surriscaldata parcheggiata sull’erba secca, la ripulitura dei campi che sfugge dal controllo, ma anche l’uso di lanterne cinesi durante le feste, che, dopo aver preso il volo, possono atterrare su un campo e innescare un incendio. Di solito la presenza degli esseri umani aumenta i rischi, ed è per questo che gli incendi si verificano spesso in località abitate.

    I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, sono quasi tutti dolosi (circa il 60%, sostiene Legambiente), ossia appiccati con l’intenzione di radere al suolo la vegetazione, e si legano quasi sempre a interessi speculativi: Speculazioni edilizie sempre più frequenti, nonostante stringenti vincoli archeologici e paesaggistici, relazioni pericolose tra boss, politici e imprenditori per accaparrarsi finanziamenti pubblici: così il nostro patrimonio forestale soffoca nell’illegalità. I terreni che potrebbero essere destinati a edilizia, se arsi, restano bloccati per 15 anni. Ed ecco l’ennesimo ricatto: o paghi le organizzazioni criminali per le aree edificabili oppure arrivano le fiamme a bloccare le concessioni edilizie. Il fuoco è un capitolo fondamentale per le organizzazioni criminali nel nostro Paese. Spesso gli incendi sono legati anche alle Ecomafie, responsabili di tanti crimini contro l’ambiente (oltre 80 infrazioni al giorno, sostiene Legambiente), le quali, ad esempio, appiccano incendi sui beni confiscati, continuano gli attacchi dei clan contro il riutilizzo sociale di queste terre oggi libere dalle mafie. Ciò che brucia diventa discarica abusiva e le discariche sono gestite dalle organizzazioni criminali.

    La legge quadro 353/2000  vieta anche per cinque anni le attività di rimboschimento, per evitare di creare un incentivo perverso a bruciare foreste con lo scopo di piantarne altre. Ministero dell’Ambiente e regioni, però, possono derogare a questa regola: molti ritengono che degli incendi siano stati innescati da persone con interessi in questo settore, di solito lavoratori stagionali. In alcune regioni il numero di incendi crea o conferma assunzioni di operai forestali precari. Non raramente è capitato che ad accendere un rogo siano stati proprio coloro che erano pagati per spegnerlo. Già nel 2001 il Sisde denunciava la responsabilità degli stagionali in Sicilia, la pattuglia più folta con oltre 30.000 addetti sui 68.000 del totale nazionale.

    Altra causa di incendi dolosi sono i comportamenti colposi collegati a noncuranza, negligenza, imperizia e sottovalutazione del rischio, cioè una scarsa attenzione alla prevenzione attiva degli incendi. Nulla di nuovo nel panorama della gestione del territorio in Italia: alla prevenzione viene data una minor attenzione rispetto al ripristino.  La prevenzione può essere indiretta o diretta. Per prevenzione indiretta si intendono pratiche quali la scelta delle specie appropriate, la realizzazione di diradamenti e di interventi di pulizia del sottobosco; prevenzione diretta significa realizzazione e manutenzione di fasce tagliafuoco e riduzione del materiale combustibile. C’è bisogno di un cambiamento di paradigma di riferimento nella politica forestale: dal “vietare per proteggere e ricostruire il patrimonio” a “gestire il patrimonio, valorizzandolo anche economicamente, per ridurre i costi della sua tutela”.

    Inoltre, la Legge Madia di riforma della pubblica amministrazione, e in particolare il DL 177/2016, ha ridefinito le istituzioni che operano nel settore forestale a livello centrale: con il Decreto 177 è stata fatta la scelta di militarizzare il Corpo forestale dello stato (Cfs) inglobando gran parte dei componenti nell’Arma dei Carabinieri. Tale decreto ha avuto uno specifico effetto sull’organizzazione della difesa dagli incendi boschivi nelle regioni a statuto ordinario. Attualmente le competenze risultano divise tra regioni, Vigili del fuoco, Protezione Civile e Carabinieri forestali. Con la riforma delle competenze definita dal Decreto si rendono necessarie nuove convenzioni tra Regioni e Vigili del fuoco, i quali, tuttavia, in molte Regioni, dovrebbero ereditare le competenze negli interventi avendo problemi organizzativi e di personale.

    Non mancano poi i veri piromani che appiccano incendi solo per il perverso gusto di vederli divampare (per costoro è necessario che i vari decreti “svuotacarcere” non elimino la carcerabilità, come proposto nel 2012). Si tratta nella maggior parte dei casi di persone con qualche tipo di disturbo, e non di criminali veri e propri. Ma essi sono comunque piuttosto rari.

    Di fatto il singolo, più potente, strumento di politica forestale sono ancora i diversi tipi di vincoli (idrogeologico, paesaggistico, naturalistico).

    Al fenomeno degli incendi dolosi l’Italia è storicamente vulnerabile ma negli ultimi anni ha aumentato le difese. Grazie a una campagna di sensibilizzazione e a una miglior organizzazione dell’apparato antincendio della Protezione civile e delle Regioni, gli interventi spesso evitano il peggio. Gli strumenti principali per frenare la devastazione delle aree protette restano però l’applicazione di leggi per evitare la speculazione sulle aree incendiate, il rafforzamento dei divieti e l’istituzione e l’aggiornamento del catasto regionale delle aree attraversate dal fuoco. 

    Legambiente, ormai per l’ottavo anno, ha lanciato la grande campagna “Non scherzate col fuoco”, in collaborazione con Dipartimento della Protezione Civile, con appuntamenti in tutta Italia. Queste le parole del presidente nazionale di Legambiente: “Non c’è la presunzione di convincervi, ma il tentativo di spiegarvi che state bruciando il ramo su cui siete seduti”.  

    Tutti gli incendi dolosi, di fatto, hanno a che fare con la scarsa attenzione al territorio e al bene comune.

    Essi sono solo uno dei vari aspetti di chi deturpa il paesaggio senza capire che esso è un “bene comune”, per citare il breve saggio del 2013 di Salvatore Settis. Riconoscere la priorità del bene comune vuol dire subordinare ad esso ogni interesse del singolo, quando col bene comune sia in contrasto. Su questa visione si imperniò il grande (e ancora irrealizzato) progetto della Costituzione del 1948 per un’Italia giusta, libera e democratica. Quel progetto si esprime al meglio nell’art. 9 della Costituzione, secondo cui “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Il paesaggio è lo specchio più fedele della società che lo produce, che se ne alimenta, che può trarne forza, ma può anche distruggerlo, annientando sé stessa in uno spasimo suicida. Perciò il paesaggio è un banco di prova. 

    1880 Vis. 1 Vis. oggi