Radio Cora - La Macedonia al voto su UE e NATO

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    Il referendum sarà “consultivo”, sebbene il Primo Ministro Zaev abbia detto che quanto deciso dagli elettori sarà determinante e che la procedura di convalida del nome sarà portata a termine entro gennaio 2019. Alto rischio astensione

    È iniziato il conto alla rovescia che si concluderà 30 settembre quando in Macedonia si terrà il referendum popolare per decidere il cambio del nome del proprio paese in Repubblica di Macedonia del Nord. Ma non si tratta solo di una questione nominalistica. Questo referendum, infatti, rappresenta anche la possibilità di aderire all’Unione Europea e alla Nato. 

    La domanda ufficiale del referendum sarà: “Sietevoifavorevoli all’entrata nella NATO e nell’UE accettando l’accordo siglato tra Repubblica di Macedonia e Grecia? 

    Il referendum sarà “consultivo”, sebbene il Primo Ministro Zaev abbia detto che quanto deciso dagli elettori sarà determinante e che la procedura di convalida del nome sarà portata a termine entro gennaio 2019. 

    La Macedonia, paese montuoso con circa 2.000.000 di abitanti, situata nel cuore dell’Europa orientale nell’appendice meridionale della ex Jugoslavia, a ovest della catena dei Balcani, cerca attraverso il referendum di uscire da un’impasse in cui è caduta dall’indipendenza ottenuta dal 1991. La questione, infatti, ha avuto inizio nel settembre del 1991 quando l’allora Repubblica Socialista di Macedonia, uno dei sei Stati della Jugoslavia, decise, dopo la Slovenia e la Croazia, di dichiararsi indipendente, con la denominazione di Repubblica di Macedonia. A tale decisione si oppose la Grecia, poiché la denominazione attribuiva una esclusività storico-culturale che Atene considerava (e tutt’ora considera) inaccettabile oltre che foriera di eventuali conseguenze irredentiste. Nel 1995 il contenzioso tra Grecia e Macedonia arrivò alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, che nel 2011 diede ragione alla Macedonia 

    E dopo la bandiera, cambiata 23 anni fa, il piccolo stato balcanico si prepara a cambiare anche il nome, che non dovrebbe essere più solo Macedonia, come ancora scritto nella costituzione e come è riconosciuta da 140 stati, e neppure ex Repubblica jugoslava di Macedonia FYROM (Former Yugoslavian Republic of Macedonia) soluzione provvisoria adottata nel 1993 per consentire l’adesione all’ ONU. 

    Questo referendum è il simbolo della fine di un’annosa disputa con la Grecia ed è scaturito dall’accordo firmato con la Grecia lo scorso 17 giugno, giorno che ha posto teoricamente la parola fine alla lunga controversia, durata oltre 27 anni, sull’uso del nome. 

    Quella della discordia fra Grecia e Macedonia è una storia puntellata di incomprensioni di cattivo vicinato e rivendicazioni identitarie. Alcuni cittadini e politici greci accusarono la Macedonia di essersi appropriata di un nome e di un’identità culturale e storica appartenente a un’area geografica che rientrava nei confini dello stato greco. Inoltre Atene considera la denominazione storico-geografica “Macedonia” patrimonio ellenico, perché quel nome rievoca le glorie di conquista di Alessandro Magno. Secondo questa tesi, la Repubblica di Macedonia si è appropriata di una parte della cultura greca, “sfruttando” la figura storica di Alessandro Magno (a cui era fino a poco tempo fa intitolato l’aeroporto di Skopje, la capitale della Macedonia). Usare quel nome era percepito da questa fazione greca come una minaccia di pretese sulla regione greca della Macedonia. Peccato che Alessandro fosse detto anche Alessandro il Macedone, Ἀλέξανδρος ὁ Μακεδών, per la sua nascita a Pella nel 356 a.C. che, all’epoca, era la capitale dell’impero macedone e attualmente è una città greca, situata nel distretto della Macedonia centrale. Ma se guardiamo indietro alla storia, è stato proprio Alessandro, quindi un macedone, a porre fine alla libertà delle poleis greche a seguito della battaglia di Cheronea nel 338 a.C.  nella quale il giovane macedone sbaragliò le truppe tebane e ateniesi per poi continuare indisturbato la sua discesa e conquista di tutta la Grecia, della quale si proclamò, dopo il padre, Ηγήμων (capo). 

    Ma quello storico identitario non è l’unico motivo di contrasto da parte dei Greci sul nome della Macedonia. L’altro è che Macedonia si chiama anche la Regione greca di cui Salonicco è capoluogo. in Grecia, infatti, vi sono tre regioni denominate Macedonia Occidentale, Macedonia Centrale, Macedonia Orientale. 

    Tuttavia il contenzioso sul nome non riguarda solamente i rapporti fra la Macedonia e la Grecia ma anche altre questioni di geopolitica. Il referendum è caldeggiato dall’Occidente e avversato dalla Russia, ed è stato definito la nuova guerra tra la Unione Europea e l’Est. Alla conclusione del summit dell’Unione Europea sui Balcani Occidentali, svoltosi nella capitale bulgara il 17 maggio, la “Dichiarazione di Sofia” ha evidenziato il pieno sostegno della Ue alla “prospettiva europea” dell’area. Insieme con lo specifico progetto della Commissione Europea presentato il 6 febbraio, la riunione è stata considerata indicativa di un rinnovato interesse verso l’allargamento agli Stati balcanici, sebbene vi sia cautela da parte di Germania e Francia.
    La Dichiarazione non contiene impegni vincolanti ma l’allargamento ai Balcani va considerato anche in riferimento al consenso che tale sviluppo trova presso l’opinione pubblica negli stati comunitari. E’ dal dicembre 2005, a seguito del parere favorevole della Commissione Europea, che il Consiglio dell’Ue ha deciso di concedere alla Macedonia lo status di candidato.
    A inizio luglio 2018, quando a Thessaloniki si è svolto il quarto incontro quadrilaterale tra i leader di governo di Grecia, Bulgaria, Serbia, Romania, incentrato sulla prospettiva di adesione degli Stati dei Balcani Occidentali alla UE, anche il primo ministro ellenico Alexis Tsipras ha valutato in modo positivo la decisione della UE di iniziare negoziati di accesso con Serbia, Montenegro, Albania e Fyrom dal prossimo anno.
    Questi sono i retroscena internazionali che hanno portato alla firma dell’accordo lo scorso giugno tra Grecia e Macedonia. Essa è stata apposta dai rispettivi ministri degli esteri: Nikos Kotzias e Nikola Dimitrov, ma già a gennaio i governi greco e macedone si erano riuniti per iniziare nuovi colloqui. Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha lodato il compromesso raggiunto con la Macedonia, dicendo che questo metterà fine alle ambiguità sull’origine storica del paese e sulle sue mire espansionistiche. Il nuovo nome della Macedonia, ha detto Tsipras, varrà sia a livello internazionale che domestico. Se verrà approvato dai cittadini macedoni, l’accordo non comporterà un cambio del nome con cui vengono chiamati loro e la loro lingua, a cui ci si riferirà ancora come “macedoni”. 

    Il 30 luglio i deputati del Parlamento della Fyrom hanno votato la proposta dell’Esecutivo in merito alla indizione della consultazione elettorale. A seguito delle Legislative del 2016, la coalizione pentapartito di governo ha una maggioranza parlamentare di 67 seggi su 120, ed è presieduta dal primo ministro Zoran Zaev, presidente della Unione Socialdemocratica, la principale formazione della coalizione per numero di seggi (49). A favore hanno votato 68 deputati, in assenza del partito di opposizione Vmro-Dpmne (di orientamento conservatore-nazionale, che detiene 51 seggi), contrario all’accordo. Infatti il partito VMRO-DPMNE (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone) del presidente Gjorge Ivanov ha poi chiesto alla popolazione di boicottare le urne. Poiché la legislazione macedone (così come quella italiana) afferma che un referendum consultivo viene considerato valido solo se vi partecipa più del 50% degli elettori, il rischio di bassa affluenza è molto alto. L’ultimo sondaggio mostra che solo il 31% degli elettori ha intenzione di andare alle urne, quindi, nel caso in cui i sostenitori del partito VMRO-DPMNE e gli indecisi boicottino davvero il referendum, è probabile che il quorum non raggiunga il minimo stabilito. E ci sono state anche recenti proteste di piazza contro l’accordo tra Skopje e Atene che rendono la vittoria del Sì nel referendum non così scontata. 

    In caso di vittoria dei Sì, le trattative per l’entrata della Macedonia nell’Unione Europea potrebbero iniziare già nel 2019, con obiettivo l’ingresso ufficiale nel 2025,come per altri paesi dell’area balcanica. E se il referendum fallisce? Il primo ministro Zaev ha annunciato che è pronto a dimettersi. 

    Il fallimento del referendum sarebbe il perpetuarsi di una situazione che azzoppa la proiezione internazionale della Macedonia, ma anche un ostacolo alla democrazia nei Paesi balcanici, un ulteriore indebolimento dell’Unione Europea e un accrescimento del già fin troppo ampio potere dello zar di Russia Putin anche in un territorio da sempre conteso (basti pensare alle cause della Prima Guerra Mondiale). E Putin, con il suo sostegno alla Serbia nelle guerre balcaniche degli anni ’90, ha già abbastanza morti sulla coscienza. 

    Per questi motivi ci auguriamo che la Macedonia possa cambiare la propria denominazione. Non sarebbe la prima nazione a ritoccare, in tempi recenti, la propria Carta di identità. Ad esempio la Birmania nel 1989 è diventata Myanmar e il regno africano dello Swaziland ha da pochi mesi adottato un nuovo nome che pare in linea con l’era di internet: eSwatini. 

    Chiara Nencioni. 

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