Radio Cora - Il saluto al Nord-Ovest e il saluto all’Est (1989)

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  • Il saluto al Nord-Ovest e il saluto all’Est (1989)

    Finisce la telefonata e la cornetta va giù, e con quella la Variante. Da via delle Botteghe Oscure il nuovo corso rosso-verde emette il suo “non licet”. Quasi duarant’anni prima le riflessioni di Giovanni Michelucci venivano accolte da Edoardo Detti e sviluppate nel PRG. …

     

    Di RICCARDO CAMMELLI

    Riguardavano il decongestionamento del centro storico, spostando in direzione Nord-Ovest le funzioni commerciale, direzionale e residenziale. Nel 1984 si presenta l’occasione: Agip, Fiat e Fondiaria, proprietari di lotti a Novoli e a Castello, prendono contatto con l’ente locale durante la Giunta Gabbuggiani, poi con la Giunta Bonsanti parte lo studio preliminare. Nel marzo 1985 c’è il voto del Consiglio comunale, in quella sede il PCI vota contro sul metodo ma è d’accordo nel merito. Per Castello si prevedono 3 milioni di metri cubi di edificazione con abitazioni, verde, attivita produttive, un centro commerciale, impianti sportivi, un polo expo, altri servizi e alcune sedi dellUniversità. A Novoli, al posto del vecchio stabilimento Fiat si prevedono abitazioni, un parco verde, un centro commerciale, il nuovo Palazzo di Giustizia e altri servizi e uffici. Per i collegamenti con le due aree sono previste una linea di metropolitana di superficie, un’apposita circonvallazione e una nuova tangenziale.

    Ma il PCI non tiene conto che la sua base non è più un monolite e i malumori montano, come montano tra gli urbanisti e altri intellettuali: inizia a crescere un’area assortita di ambientalisti, verdi (usciti benissimo dalle elezioni europee di giugno), sinistre e parti del PCI con la FGCI in testa. Si contestano l’impatto ambientale, i volumi edificati e soprattutto l’operazione di “valorizzazione” dei terreni che sa di speculazione. E’ proprio la giovanile comunista ad agitare le acque del Congresso della Federazione fiorentina, nel marzo 1989, presentando una mozione sull’azzeramento della Variante che passa per pochi voti. Seguono le minacce di dimissioni del gruppo dirigente e del vicesindaco, e il termine “azzeramento” diviene “ripensamento”. Intanto in Commissione Urbanistica i Verdi si sono già espressi contro, il 24 giugno, e gli spiniani del PSI chiedono lo slittamento del progetto Fondiaria. Eppure – come ha ricordato Giorgio Morales – la mattina del 26 giugno 1989 i progetti sono ancora in piedi e Michele Ventura, vicesindaco, lancia l’ultima offerta a 1,025 milioni di metri cubi contro l’1,1 chiesto da Fiat. La sera del 26 arriva la telefonata di Occhetto a Paolo Cantelli, segretario della Federazione e il “passaggio a Nord-Ovest” si ferma, compreso il gruppo dirigente ormai sconfessato, mentre Gavino Angius e Fabio Mussi si muovono verso la Torre di Arnolfo. Il resto, come questa sintesi, è noto.

    Lo stop è deflagrante e innesca reazioni a catena in ogni dove. I sostenitori gridano il loro stupore e la loro delusione, “si sono persi quattro anni” per dare un volto e un ruolo nuovo a Firenze. Dalle colonne de «La Nazione» Umberto Cecchi celebra un funerale polemico: scompare la Variante e Firenze si ritrova «dimezzata» e «svenduta». Per il sindaco Bogianckino il PCI romano ha trattato Firenze «come la Cappadocia» e ha «pesantemente obbligato a un tradimento» il PCI fiorentino. Raoul Gardini, spazientito, non tollera altri stop-and-go per Castello, la cosa «fa perdere troppo tempo», i ritmi dell’economia non sono quelli della politica. Dall’altro lato i detrattori dei progetti Fiat-Fondiaria esultano: Simone Siliani, segretario regionale FGCI, parla di «successo del PCI» e «vittoria per Firenze». Franco Camarlinghi fa notare che sulla Variante si è formato un «fronte intellettuale nazionale» di cui il PCI fiorentino non si è accorto, pensando di gestire a livello locale un’operazione di rilevanza extraprovinciale.

    I commenti sono numerosi (alcuni si trovano nel libro di Guarino-Lattanzi-Marotta, Eravamo tanto amati, Effigi, 2018) e qualcuno individua i nodi strategici del “caso Fiat-Fondiaria”. Giuliano Beneforti, ex assessore regionale all’Urbanistica (dimessosi due anni prima anche perché in contrasto con la Variante), oltre a rivendicare la bontà della sua posizione contraria, punta il dito su un problema che nel presente e nel futuro avranno gli enti locali: l’urbanistica “contrattata”. Ne parla anche Giuseppe Campos Venuti, secondo cui la sorte di un Piano Regolatore è di essere «progressivamente smantellato a forza di varianti»; nel caso fiorentino ciò si trasforma in una «soffocante strategia centripeta» che ha determinato l’espulsione delle «funzioni meno congeniali alla rendita», funzioni col tempo assunte e gestite dai Comuni della cintura. Tant’è che ancora oggi – termina Campos Venuti – al Piano Regolatore si preferisce il «ruolo demiurgico delle holding finanziarie». Di parere diverso Michele Ventura, per il quale si tratta di fare «un pezzo di città nuova» con lo spostamento di funzioni, con una Variante che ha «tra i nemici più potenti i difensori della rendita di posizione». Il segretario regionale del PCI, Vannino Chiti, parla invece di crescita «abnorme del privato e dei poteri extraistituzionali in ambiti non solo di gestione ma di vera e propria determinazione dell’interesse generale e delle scelte di governo e sviluppo delle nostre città». Di qui – prosegue Chiti – l’indebolimento del sistema delle autonomie, mentre a livello di città emerge un «intreccio perverso tra pezzi delle forze politiche di governo e comitati d’affari che hanno condotto avanti speculazioni pesanti a danni soprattutto del territorio e dell’ambiente».

    D’altro avviso il presidente dell’Associazione industriali, Paolo Targetti, che dà un’interessante lettura storico-economica: a Firenze permane un «ambiente ostile» per le imprese, in fuga verso zone più accoglienti. Il «disegno ostile» contro le imprese ha radici lontane: ai tempi di Firenze capitale d’Italia i conservatori la videro solo come capitale della cultura. Nel secondo dopoguerra la città è stata bloccata dal “lapirismo” e dal marxismo e oggi – conclude Targetti – è il turno degli ambentalisti che rilanciano la «città a misura d’uomo», ma non può esserci una misura che guardi a un «uomo disoccupato e senza prospettive».

    Se però si alza lo sguardo ci si accorge che Firenze non è l’unica città italiana che resta a metà del guado. Lo fa notare Giuseppe De Rita parlando anche di altre situazioni: Firenze è «prigioniera da un lato dello smangiamento di frotte di turisti e di precariato extracomunitario e dall’altro della soggettiva incapacità di riprogettare la città è il suo funzionamento». Più in genrale le città italiane mostrano di «non saper affrontare i problemi reali»: traffico, turismo, servizi, urbanistica, cultura, promozione dell’immagine. Firenze sa bene – dice il direttore del Censis – che «non salverà la sua secolare identità senza darsi a Castello e Novoli o altrove, un nuovo polo di direzioni funzionali». Anche Venezia e Torino devono sciogliere i loro nodi: la prima con la sua Laguna, la seconda con il Lingotto. Il rischio per tutte – avverte De Rita – è «regredire nel sogno», quello del passato come «paradiso perduto» e quello del futuro come «improbabile e indistinto».

    Il “caso Fiat-Fondiaria” di primo acchito riguarda i destini della piana, la questione ambientale, il ruolo di Firenze; ma se si entra nel merito delle dinamiche del territorio, la questione appare più complessa e attiene alla rimodulazione dei rapporti di forza e delle relazioni fra gli attori del comprensorio, regola estendibile a tutti i comprensori. L’analisi/denuncia del segretario regionale del PCI coglie i nessi e vede le pagliuzze negli occhi altrui ma non si avvede – o tace – dei problemi di casa propria: a fronte della “crescita abnorme” di lobbies e soggetti privati, si ha la decrescita del principale partito del governo locale. La telefonata di Occhetto è forse uno degli ultimi “atti di forza” di un partito che nel 1976 gode del suo annus mirabilis e già dagli anni successivi entra in crisi di ricambio, in calo di consensi e di iscritti.

    Il PCI perde a livello nazionale 400.000 tesserati dal ’76 al ’89 (circa 50.000 in meno in Toscana nello stesso periodo); gli elettori comunisti in Provincia di Firenze scendono dai quasi 434.000 del ’76 ai 375.000 dell’’89, con le sezioni e le case del popolo in dimagrimento. Le europee dello stesso 1989, oltre a evidenziare una forte presenza delle liste verdi, segnano un’ulteriore discesa per il PCI, che torna sotto al 50% in 17 Comuni della Provincia, mentre è partito di minoranza in altri 2. Rispetto a 23 anni prima perde più del 5% in 11 Comuni, con punta massima il -12,87% a Reggello. Detti i peggioramenti, il migliore è sempre Castelfiorentino, isola felice di un PCI al 70,55%. L’indebolimento di rappresentanza e rappresentatività del PCI (e della DC, ma non del PSI) si associa a una diversa concezione del ruolo dell’ente locale nei distretti e nei comprensori: l’idea del municipio protagonista e volano dello sviluppo territoriale lascia il posto a un’altra meno presenzialista. La spiega il sindaco di Prato, Claudio Martini, a un convegno ad Artimino: in passato ha retto «un patto tacito fra amministratori e imprenditori», che ha legittimato lo status quo: da un lato “mano libera” agli imprenditori sulle risorse da gestire, in cambio di occupazione e buoni salari; dall’altra parte il riconoscimento del ruolo dell’ente comunale in campo sociale, nei lavori pubblici e infrastrutture. Un patto «non più valido» – ammette Martini – poiché il Comune non è più in grado di agire in prima persona, non avendo più le risorse per farlo. L’ente locale può soltanto svolgere un ruolo di «programmazione» e «sostegno alle imprese».

    In questo nuovo quadro il processo di regolazione locale e la dinamica relazionale fra attori subiscono un mutamento, a maggior ragione se in presenza di nuovi soggetti come le holding oppure a fronte di un diverso peso specifico delle lobbies e dei gruppi d’interesse. Ai “poteri forti” tradizionali, alle associazioni di categoria e sindacali, si aggiungono nuovi attori che compaiono o emergono sulla scena, siano finanziarie oppure multinazionali. L’allentarsi del legame tra partiti, iscritti ed elettori e l’oggettiva incapacità degli enti locali di fare fronte alla spesa e agli investimenti in infrastrutture e lavori pubblici, spostano il baricentro decisionale verso gli interessi di soggetti privati: tradotto in termini di progettazione del territorio, si passa dal PRG pianificato dai Comuni alle micro o mega Varianti in partenariato con privati che hanno risorse per attuarle.

    Intanto arriva l’autunno e stavolta a crollare tocca al muro di Berlino. Finisce un’era e Occhetto sorprende tutti, come ha sorpreso in giugno. Dalla sezione della Bolognina lancia l’appello al cambiamento e ancora una volta la base s’inquieta. Ma in ballo c’è molto più di una Variante e non basterà una telefonata per gestire il corso degli eventi.

     

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    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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