Radio Cora - SOVVERTIRE LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE CON LA PAURA 

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  • SOVVERTIRE LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE CON LA PAURA 

    La paura è sempre la paura il miglior metodo per minare la fiducia del popolo nella democrazia.

    E la mafia, gli organi deviati dello Stato, i famosi poteri occulti lo sanno bene e agiscono sempre per alimentarla e trarne vantaggio.

    E’ un pensiero che ricorre ancora oggi anche se meno che nel passato risiede la possibilità di vedere i carrarmati percorrere le strade delle nostre città.

    Oggi si può fare diversamente.

    Si può innescare il germe delle paura in modo più subdolo, si può farlo invocando la necessità di tutelare i diritti dei “primi” come se fossero quelli di tutti.

    Passaggi che la nostra democrazia ha percorso più volte come nei primi anni novanta.

    A quel tempo era in corso una guerra fra Stato e mafia devastante, ma non era affatto una guerra fra due schieramenti ben definiti.

    Le stragi di Capaci e via D’Amelio avevano eliminato i veri servitori dello Stato, ma il colpo di grazia nei confronti delle istituzioni democratiche sembrava che non fosse stato ancora dato.

    Le commistioni erano tante, gli interessi mascherati erano infiniti.

    La stessa politica, quella che avrebbe sostituito la vecchia, quella della prima Repubblica, mirava a costruire nuovo consenso e pericolose alleanze senza badare troppo a sporcarsi le mani.

    Quel 27 luglio del 1993 “è stata una notte di sangue: tre attentati contro la Repubblica, il primo a Milano alle 12,15; gli altri due a Roma alle 12,04 e alle 12,08. Il primo di Milano è stato provocato da un’autobomba proprio nel centro della città, da Via Palestro una strada che costeggia i giardini di Porta Venezia…Invece i due attentati che si sono verificati a Roma e le immagini si riferiscono alla Basilica di San Giovanni, uno dei due luoghi, l’altro è san Giorgio al Velabro ….” Le immagini del telegiornale di Rai Uno del 27 luglio del 1993 ci riportano alla memoria degli attentati che la strategia stragista di Toto Riina O’ curto  e gli altri componenti della cupola.

    Furono loro a rispondere alla sfida lanciata dallo stato con le condanne del Maxi Processo celebrato a Palermo qualche anno prima e confermate poi dalla Cassazione nel 1992.

    Ma i capicosca non furono i soli responsabili.

    Le recenti sentenze che hanno condannato il braccio destro di Berlusconi per le manovre sulla trattativa Stato-Mafia lo evidenziano.

    CLAUDIO ONORATI /ANSA/JI

    Come suonano di una infinita drammaticità le parole  di  Azeglio Ciampi, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un governo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico, dopo Tangentopoli, e finanziario per la maxi-svalutazione della lira.

    È lui grande statista e politico accorto a non esitare ad azzardare scenari preoccupanti con una ipotesi davvero inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

    Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi, si racconta una intervista rilasciata molti anni dopo, allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?”

    Domande alle quali, anche noi, oggi attendiamo risposta.

    Per capire di allora ma anche per comprendere meglio cosa sta succedendo oggi.

    Luca Soldi

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