Radio Cora - La poesia di Franco Buffoni premiata al Carducci

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  • La poesia di Franco Buffoni premiata al Carducci

    Sono tre i finalisti della sessantaduesima edizione del Premio Carducci, cioè coloro che sono riusciti a passare la selezione fra i più dei 105 libri di poesia giunti alla giuria: Franco Buffoni, con La linea del cielo, edita da Garzanti; Giancarlo Pontiggia, con il moto delle cose, edito da Mondadori; Giulia Rusconi, con Linoleum, Amos editori.

    Franco Buffoni è un poeta lombardo che vive a Roma da oltre vent’anni, autore di curatele di traduzioni in 13 lingue, prevalentemente dall’inglese. Interessato a far conoscere la cultura italiana anche a chi è incapacitato a ciò dalla barriera linguistica, ha concepito per gli Istituti Italiani di Cultura, le Ambasciate, i Consolati, le Fiere del libro, la prima antologia di poesia italiana redatta esclusivamente in lingua inglese, contenente 40 autori ciascuno con 4 testi con nota biografica. Inoltre ha scritto di narrativa e di saggistica. Ciò che ci rende Franco Buffoni un artista non enigmatico o avaro di sé è anche la sua generosità nel rilasciare interviste e radio interviste.

    Ma veniamo al libro finalista: La linea del cielo.

    In questo nuovo libro l’autore riflette sulle radici, anche geografiche, della sua ispirazione: dalla Lombardia dei ricordi e dei continui ritorni, che si alternano fra antiche guglie e nuovi skyline, alla Roma della Storia e delle storie, quella Roma del “Sentimento del tempo”, del tempo come durata ed estensione di ungarettiana memoria. E oscillando fra le due capitali, quella “pseudomorale” di Italia” e quella riconosciuta “Capitale” con la C maiuscola, il poeta ripercorre anche le tappe della sua formazione, dei poeti che lo hanno segnato: da Sereni a Giudici, da Erba (fra l’altro vincitore del premio Carducci nel 2002) a Raboni, da Bertolucci a Risi (vincitore del premio nel 2007) fino a Zanzotto. Un «viaggio in Italia» (fra Goethe e Rossellini?), è stato definito dall’editore Garzanti La linea del cielo, compiuto come un tributo implicito, mai esibito, ai grandi autori della poesia italiana: pur riconoscendo un grande debito a Saba, Pasolini, Penna, l’autore afferma che le norme operative – “insomma la mia officina”-  (tanto per echeggiare Pasolini)a cui rimane più saldamente legato sono “la poesia prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi”.

    Il secondo poeta finalista intervenuto è Giancarlo Pontiggia, con Il moto delle cose. Pontiggia è un poeta (ha ottenuto il Premio Internazionale Eugenio Montale nel 1998),critico letterario (redattore a lungo della rivista “Niebo” ed editore per Feltrinelli) e scrittore. Dopo essere stato a lungo traduttore dal francese, verso la fine del 1980 il suo interesse si è spostato ai classici con la traduzione delle Olimpichedi Pindaro, La congiura di Catilinadi Sallustio e il De redito suodi Rutilio Namaziano; il libro presentato proprio oggi altro non è che una libera interpretazione, come già il titolo testimonia, dell’opera di Lucrezio.

    La raccolta di poesie, infatti, si intitola Il moto delle cose, che richiama il De rerum natura, “la natura delle cose” appunto, poiché Pontiggia vi osserva«il moto delle cose», «la teoria semplice delle cose» che si producono e avvengono sotto un «firmamento algido», nell’enigmatico ordine della realtà. La sua è una poesia quasi metafisica,in cerca di un misterioso senso dell’origine in cui l’autore traccia il mistero della congiunzione fra la nostra nascita e l’origine dell’universo e si interroga su quel sentimento che ci fa sentire piccoli di fronte alla potenza sconvolgente dei moti cosmici. Impossibile non cogliervi una eco foscoliana in “una forza operosa le affatica di moto in moto” o leopardiana, in quell’interrogarsi notturno sulla nascita “Ma perché dare al sole,/perché reggere in vita/chi poi di quella consolar convenga?”

    Ed è proprio sulla sezione “nascita” che si concentra nel suo reading Pontiggia, su ciò che “c’è già prima delle cose”, qualcosa che ci appartiene inconsciamente, ancestralmente.

    E alla nascita è connesso il sentimento di un tempo «che non consola», nella sua «linea infinita», quella che ci precede e seguirà, quando il nostro ansioso esserci cadrà, come è suo destino, nel vuoto.

    La terza finalista è Giulia Rusconi, la più giovane e forse inesperta dei tre che conquista subito il pubblico per la sua dolcezza e semplicità, per quell’atteggiamento non divistico che la rende così diversa da tanti altri partecipanti.

    E’ Giulia stessa che ci racconta la genesi di Linoleum, la sua diretta esperienza fatta dopo un corso da operatore socio sanitario. Il linoleum è infatti il materiale del pavimento dei luoghi ospedalieri e la raccolta simuove proprio tra i muri di un ospedale, tra pazienti e infermieri, relazioni e gesti che si ripetono giorno dopo giorno, come quella di imboccare la dieta frullata. Le cose in corsia sono esattamente quel che sono: il camice, i guanti di lattice; lo xanax è un medicinale, non la pastiglia per la felicità, la sedia a rotelle che si muove nel corridoio non rimanda a quello di un asilo, Il dottore che rassicura il paziente sul miglioramento delle condizioni, non allieva al malato il senso di dolore di chi si sente vuoto e ormai privo di sentimenti. Rusconi affronta di petto l’ovvietà e la banalità del quotidiano, del dolore, della morte. Ogni verso di Linoleum porta in sé qualcosa di essenziale, di tenacemente vivo sotto le macerie dei corpi, da lavare, girare, di quelle vite ridotte a pezzi. La poetessa recita l’“Accorgersi con stupore/che a impressionare non è la morte/ma il dolore, e non l’amore/a commuovere ma la vanità dolcissima/ di uno specchietto tra lo smalto rosa/ un pettinino tra i capelli grigi […]”Ma la poesia più toccante è quella dedicata ad una paziente cui, venendo meno alla deontologia professionale, Giulia si era particolarmente affezionata., morta poi nel mese di settembre, in una mattina “gialla come tante, gialla come il linoleum che riflette la luce di fuori.” in cui lei era andata a salutarla, anche per soddisfare quel mantra “resta, ti prego, resta” che l’anziana signora le ripeteva ogni giorno. Ma vuoto è il letto, e il materasso antidecubito sarà servito già a qualcun altro.

    Il fraseggio della Rusconi sembra discorsivo ma ha rime nascoste e irregolari, che vogliono ricreare il senso di una cantilena, forse quella con cui Giulia stessa “culla” i suoi amici-pazienti.

    La premiazione del Premio Carducci si è tenuta la sera, alle 21.30 fra la splendida piazza di Pietrasanta e il sagrato duecentesco del Duomo. Verso la mezzanotte,  la premiazionein cui durante una pubblica cerimonia, il Presidente proclama il vincitore,  consegna i premi (ad ogni finalista verrà corrisposto un premio di Euro 1.500) mentre al vincitore verrà corrisposto un premio di Euro 4.500).

    Il primo classificato è Buffoni, il cui libro è ritenuto originale e articolato; il secondo posto va a Pontiggia, “che spinge le parole oltre la lingua per trovare la dimensione delle cose nel raccontare del singolo e della specie”; terza classificata (ma in assoluto la più amata dal pubblico) Rusconi, per la sua testimonianza umile ed appassionata di poetessa e di assistente sociale, per la sua capacità di restare in ombra e di rendere protagonisti i suoi pazienti, descritti senza alcun patetismo, e la morte stessa.

    Chiara Nencioni

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