Radio Cora - Buone pratiche didattiche e formative in chiave comparata: Italia e Germania

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  • Buone pratiche didattiche e formative in chiave comparata: Italia e Germania

    Confrontarsi con gli altri, discutere, aprirsi a nuovi stimoli e a nostra volta darne agli altri è sicuramente una buona partica in ogni aspetto della vita. In ambito lavorativo, ed ancor di più educativo, diventa proficuo se non indispensabile. Proprio lo scambio e il confronto fra buone pratiche didattiche e formative è stato uno dei cardini del meeting transnazionale Spryng, frutto di un progetto europeo rivolto alle istituzioni scolastiche, universitarie, formative e governative, incentrato su pari dignità, uguaglianza e lotta alle discriminazioni.

    Durante il convegno, infatti, si sono tenuti dei tavoli di lavoro sia fra i docenti sia fra gli studenti. Fra i primi sono state coinvolte, per l’Italia, due professoresse di scuola secondaria di primo grado e due di secondo grado; per la Germania, due loro colleghi, una del l’Overber-Kolleg di Münster e l’altro dell’Alexander Hegius Gymnasium di Ahaus,la docente di sociologia Stefanie Ernst dell’università di Münster e la formatrice Andrea Reckfort del Kommunales Integrationszentrum della medesima città.Gli studenti tedeschi che hanno partecipato andavano dai 16 ai 18 anni (quelli del Gymnasium) e dai 19 ai 22 (quelli dell’Overberg Kolleg, che è una scuola privata per giovani che desiderano alternare lavoro e studio), mentre gli italiani erano 15 allievi di quarta e quinta del Liceo Linguistico Chini-Michelangelo di Lido di Camaiore, che hanno partecipato al meeting con la loro docente, Chiara Nencioni, anche come attività di alternanza scuola-lavoro.

    Il punto di vista dei docenti….

    Gli insegnati si sono confrontati su “contesti territoriali e sistemi scolastici nazionali; quali modelli didattici condivisi contro la discriminazione”.

    Interessanti i dati emersi, che tratto qui in chiave comparata, seguendo lo snodarsi delle questioni sollevate.

    La prima riguarda il sistema scolastico in generale: sia in Italia che in Germania la stragrande maggioranza degli studenti frequenta scuole pubbliche, ma nella prima è obbligatorio andare a scuola fino al compimento del sedicesimo anno di età, nella seconda al diciottesimo.

    Diverso è anche l’orario scolastico: mentre in Italia il cosiddetto “tempo pieno” riguarda solo la scuola primaria e quella secondaria di primo grado, in Germania sono le classi più alte (quelle corrispondenti al nostro quinquennio superiore)ad andarea scuolaanchedi pomeriggio, ma è possibile personalizzare l’orario, anche in base alle richieste dei genitori (ed esempio tre giorni lunghi e due corti). In base all’orario scelto dagli studenti, arrivano i finanziamenti alla scuola.L’attività didattica, nelle scuole tedesche, si articola in genere in cinque giorni, mentre in Italia sono poche le scuole secondarie che hanno adottato questa opzione. Ogni ora di lezione dura 45 minuti in tutti i tipi di scuola, mentre nei licei italiani sono obbligatorie ore da 60 minuti. Durante la mattinata vi sono due intervalli per complessivi 30 minuti, mentre da noi la “ricreazione” è ben più breve. Facendo un rapido calcolo, si può osservare che il tempo scuola complessivo di un anno scolastico per gli studenti italiani è superiore a quello degli studenti tedeschi, mentre il numero giorni di scuola in Germania è maggiore rispetto all’Italia.

    Agli Italiani appare più rigida anche la scelta del percorso scolastico dopo le elementari (che ci ricorda un po’ la struttura, su base gentiliana, che venne riformata dapprima nel 1940 e poi nel 1962 con l’abolizione della scuola di avviamento professionale e la creazione della cosiddettascuola media unificata)

    In Germania, infatti, dopo le elementari (Grundschule) si determina, per ciascun allievo, la prosecuzione del percorso di studi. La valutazione alla fine delle elementari è l’elemento fondamentale su cui viene definita l’iscrizione al tipo di scuola successivo, anche se entro i primi due anni è comunque possibile cambiare la tipologia di scuola. Si viene, infatti, orientati verso una di queste opzioni:

    • La Hauptschule : una sortadi scuola professionale, che dura 5 anni. E’ frequentata da allievi che, al termine del percorso didattico, a 15 anni, affrontano un apprendistato (Lehre). L’insegnamento mira a stimolare oltre all’apprendimento teorico anchee soprattutto le abilità pratiche.
    • La Berufschule: seguela Hauptschule e per 3 anni gli allievi frequentano per due giorni la settimana la scuola professionale, mentre nei restanti giorni lavorano presso aziende/imprese/officine, percependo una piccola retribuzione. Il periodo di apprendistato termina con un esame che permette di acquisire il titolo di “operaio specializzato”, di “lavorante artigiano”, di “assistente commerciale”.
    • La Realschule: dura 6 anni e in essa viene impartito un insegnamento teorico più approfondito e articolato. Dopo di essa, per terminare il periodo di obbligo scolastico, si frequenta una Fachoberschule, in cui la specializzazione verso una determinata attività professionale diventa più specifica.
    • Il Gymnasium: che dura otto o nove anni secondo il Land, richiede una solida preparazione di base e un metodo di studio efficace e vi sono ammessi solo allievi che abbiamo conseguito un punteggio alto alle elementari. Tutti i tipi di liceo hanno cinque materie comuni: tedesco, matematica, scienze naturali, storia e due lingue straniere ma gli studenti hanno la possibilità di frequentare anche corsi di base (Grundkurse) in altre discipline o corsi di eccellenza (Leistungskurse). Al termine del liceo i ragazzi devono sostenere l’Abitur (esame di maturità). Solo i liceali hanno libero accesso a tutte le facoltà universitarie.

    Il dibattito entra poi nel vivo delle tematiche inerenti al progetto Spryng, cioè l’integrazione e la non discriminazione. A tale proposito, ci si confronta sul tema dell’inclusione degli alunni stranieri, ancora non in possesso di un’adeguata conoscenza linguistica.

    In Germania esistono delle classi speciali, dove i figli dei migranti non parlanti tedesco permangono per due anni, fino a che non si suppone che la loro alfabetizzazione permetta loro di frequentare insieme agli altri studenti. In questi due anni non vengono attribuiti voti dai docenti. Per determinare il loro inserimento nelle classi speciali, a questi neoallievi viene chiesta l’età e, qualora non ci siano documenti ad attestarla, sono fatte loro delle radiografie del polso per determinarla. Poi vengono sottoposti ad un esame di lingua (sia tedesca che la loro lingua madre) e in base all’esito sono suddivisi in varie scuole e in varie classi. Esistono infatti quattro livelli di conoscenza del tedesco e le ore di lezioni sono proporzionali ad essi. C’è uno staff composto da figure di orientamento, insegnanti ed educatori a coordinare il rapporto scuola famiglia e al finanziamento delle ore di L2 possono contribuire anche i genitori.

    In Italia questo approccio pare ghettizzante e sembra non favorire l’integrazione. La lingua straniera, ancor prima che sui libri di grammatica, si impara comunicando ed il rapporto fra pari è il principale stimolo all’apprendimento. Viceversa ai Tedeschi pare strano che alunni non parlanti italiano siano inseriti in una classe di coetanei (al massimo l’alunno straniero è più grande di un anno) senza una preparazione linguistica adeguata, solo con l’ausilio di qualche docente di potenziamento o di un facilitatore linguistico di mattina o con l’attivazione di un corso pomeridiano di italiano L2. Sicuramente le ore di lingua italiana offerte ad un alunno non italofono sono poche rispetto al bisogno, ma si punta soprattutto sulla socialità e sulla capacità di apprendimento da contesti comuni e dall’integrazione con i compagni.

    Parlando di alunni stranieri, sorge la domanda se le ragazze musulmane possano o no indossarein velo a scuola, dato che in certi paesi, come la Francia(che è stata la prima a proibirlo nel 2011 in nome della laicità dello stato), La Russia e l’Austria, ciò è vietato. Qui emerge un’analogia fra Italia e Germania: è consentito indossare il chadore hijab(non il niqab né il burqa) ma le alunne non si possono esentare dalle discipline sportive, compreso il nuoto. In caso di assenze prolungate in queste attività, che prevedono un abbigliamento ritenuto da alcuni non adatto ad una femmina, la scuola provvede a convocare la famiglia. In Germania è prevista anche una pena pecuniaria.

    Si passa poi a discutere dell’educazione sessuale nelle scuole. La Germania è stata il primo paese in Europa ad aver introdotto l’educazione sessuale a scuola, già nel 1968, seguita da Danimarca, Finlandia e Austria nel 1970 e poi da quasi tutti gli altri. Infatti attualmente solo in 7 paesi UE, di cui una è l’Italia, l’educazione sessuale non è obbligatoria.

    I colleghi tedeschi ci spiegano che in Germania si fa un meeting con gli studenti all’età di dodici anni, dividendo i ragazzi dalle ragazze. Nessuno studente si può sottrarre. In caso di assenza, deve essere consegnato un certificato medico e, nel caso che l’assenza si prolunghi e che ci sia il sospetto che alcuni genitori -spesso di fede musulmana- non amino che tali tematiche vengano trattate, sono convocate le famiglie. Il tema della sessualità viene affrontato sia dal punto di vista scientifico sia per quanto concerne la sfera affettiva. Nell’ambito di tale meeting è toccato anche il tema dell’omosessualità. Anch’esso viene affrontato da diverse angolazioni: scientifica, medica, biologica, religiosa, in modo tale che gli studenti possano vedere lo stesso tema da punti di vista diversi ad avere una visione di insieme e non essere -cito testualmente- un “guerriero solitario”.I programmi di educazione sessuale hanno sia obiettivi specifici che altri a più ampio raggio. Nell’immediato, puntano a ritardare l’età del primo rapporto sessuale, a ridurre la frequenza di attività non protette, a incrementare l’uso di precauzioni per evitare gravidanze non volute e malattie trasmesse per via sessuale. Nel lungo periodo, l’obiettivo è riconoscere e smontare gli stereotipi alla base delle discriminazioni di genere e quelli legati all’orientamento sessuale, ad acquisire una maggiore consapevolezza dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere, ad avere rispetto ed empatia verso gli altri, a comunicare con i propri genitori e gli adulti, a maturare un pensiero critico.

    E quale è, invece, la situazione nel nostro paese? Da questo punto di vista, l’Italia è uno degli esempi più chiari di come sia un intero ambiente (culturale, politico, religioso) a indebolire ogni tentativo di introduzione per legge dell’educazione sessuale nelle scuole e ad affidarla a singoli progetti, che ogni realtà locale può decidere di adottare o meno. In alcune scuole operatori dell’ASL (ginecologi e psicologi) tengono incontri (per 4 ore al massimo) con gli studenti di seconda superiore sull’educazione all’affettività, in altre scuole sono attivati “sportelli di ascolto” (anche se spesso tenuti da personale benintenzionato ma non specializzato) che talvolta possono anche indirizzare gli studenti ad un consultorio, ma tutte queste attività non sono regolamentate né uniformi nelle varie realtà scolastiche e territoriali.

    Nel 1991, un progetto di legge che voleva inserire l’insegnamento facoltativo di educazione alla sessualità all’interno dei programmi ministeriali di biologia non ha avuto alcuno sbocco. Sempre in quegli anni, un libro a fumetti con Lupo Alberto per protagonista, intitolato “Come ti frego il virus”, volto a spiegare agli alunni delle scuole medie e superiori come evitare l’Aids attraverso l’uso dei preservativi, venne bloccato subito dopo essere andato in stampa. Negli ultimi trent’anni diverse proposte di legge sono state bocciate, sebbene l’assenza di un’educazione sessuale e di un serio dibattito pubblico abbiano gravi impatti culturali, sanitari e sociali sulla vita quotidiana del paese. Di conseguenza, affrontare, ad esempio, il problema omofobia all’interno degli istituti scolastici diventa estremamente difficile per gli insegnanti, vista anche la mancanza di testi a cui far riferimento.

    Un altro importante tema riguardante l’inclusione è quello degli alunni diversamente abili. E anche su questo, come per quanto riguarda gli stranieri, l’approccio tedesco appare ai nostri occhi discriminante. Infatti la tendenza in atto nei paesi membri dell’Unione è la realizzazione di politiche educative che inseriscono gli alunni disabili nelle scuole ordinarie garantendo agli insegnanti diversi tipi di sostegno in termini di staff aggiuntivo, materiali didattici, formazione in servizio e strumentazione tecnica. L’Italia, in cui le classi speciali di ogni genere sono state abolite nel 1982, ha un approcciouni-direzionale, in cui le politiche educative e le prassi di attuazione tendono ad inserire quasi tutti gli alunni nel sistema scolastico ordinario. Questa scelta poggia su una grande varietà di servizi incentrati sulla scuola e sull’adozione di programmazioni individuali, che prevedono la stesura di un documento per definire il tipo di esigenza educativa dell’alunno, gli obiettivi e i metodi scelti e per descrivere il curriculum formativo e il tipo di modifiche apportate al curriculum ordinario al fine di valutare i progressi.

    La Germania ha invece unapprocciobi-direzionaleper cui gli alunni disabili vengono inseriti in scuole o classi differenziate. In genere, la maggior parte degli alunni ufficialmente riconosciuta come avente esigenze educative speciali non segue il curriculum ordinario. Questi sistemi sono regolati da una legislazione specifica, con norme diverse dalla scuola ordinaria. Infatti in Germania esistono classi speciali a seconda del disturbo da cui è affetto l’alunno. Se l’handicap è lieve, ad esempio un disturbo emozionale, può essere inserito con gli altri studenti (ma non più di un alunno H per classe), seguendo le stesse materie con obiettivi diversi, altrimenti viene iscritto in classi speciali, in cui il sostegno è offerto dall’insegnante specialista delle scuole differenziate o dei servizi sociali. Sono soprattutto insegnanti specializzati in problematiche del linguaggio o del comportamento e hanno una formazione specifica in due materie principali: difficoltà di apprendimento e deficit intellettivi; infermità visive e problemi comportamentali. In Germania la trasformazione delle scuole e degli istituti differenziati in centri di risorsa è una tendenza comunegià dagli anni ’80 e si attesta attraverso lapianificazione, lo sviluppo o la creazione di una rete di centri di risorsa nelterritorio nazionale. Così il sistema scolastico differenziato, da istituzione educativa di base, dovrebbe diventare una struttura di supporto o un centro di risorsa per gli insegnanti, i genitori e le altre figure professionali interessate al problema. I colleghi tedeschi ci hanno chiesto perplessi se il nostro sistema inclusivo funziona. Si deve ammettere che l’inserimento nelle classi comuni, in genere, procede bene nelprimo grado della scuola dell’obbligo, ma in seguito presenta diversi problemi. È chiaro che la presenza di più materie specifiche curriculari e la diversa organizzazione della scuola creano serie difficoltà di integrazione. In genere, i documenti registrano anche che il ‘divario’ tra gli alunni disabili e i loro coetanei cresce con l’età. Ci hanno poi chiesto quali sbocchi lavorativi possano avere dei disabili inseriti in classi comuni. E’ stato loro risposto che in Italia ​il collocamento delle persone con disabilità è disciplinato dalla legge 68 del 12 Marzo ​ che promuove l’inserimento e l’integrazione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro attraverso il “collocamento mirato” affidato agli “uffici competenti” individuati dalle regioni.

    Come ultimo argomento si discute dei diversi progetti attuati per prevenire la discriminazione di ogni genere, il bullismo e per stimolare l’integrazione. In Germania c’è una cultura scolastica che promuove tali progetti e ci deve essere la partecipazione anche dei genitori, anche se il loro coinvolgimento non è facile. Si lavora molto sul linguaggio non discriminante, non offensivo, tollerante. Non c’è un programma di integrazione nazionale, ma ogni singolo Land decide la sua politica, anche scolastica, sul tema della discriminazione ed eroga finanziamenti.Infatti esiste un ministro dell’istruzione per ogni Land. Sono dunque i governi dei singoli Länder a gestire la politica scolastica in ogni singola regione, anche se nella capitale esistono due istituzioni che hanno il compito di rendere omogenee e coerenti le attività formative nell’intero paese.

    Anche in Italia la discriminazione rientra nei progetti che però sono appannaggio di ogni singola istituzione scolastica, nel cui PTOF vengono inseriti. Rimane però il problema dei finanziamenti, che sono del tutto insufficienti.

    Sintetizzando, mentre il punto forte della Germania è una maggiore coordinazione fra scuola, università ed istituzione sul tema della non discriminazione, la scuola italiana appare di fatto molto meno ghettizzante e molto più inclusiva, basti pensare all’assenza di classi speciali.

    Il punto di vista degli studenti…

    Gli alunni, dai 16 ai 22 anni, si sono confrontati su: “nuove generazioni a confronto: le discriminazioni dal punto di vista dei ragazzi”.

    Il primo argomento discusso riguarda i motivi di discriminazione: secondo gli studenti tedeschi il motivo principale è quello religioso, soprattutto per quanto riguarda l’islam, a seguire il colore della pelle ed infine la provenienza, a causa di atteggiamento xenofobo verso gli immigrati o di paura verso i migranti.

    Gli alunni italiani, invece, mettono al primo posto la discriminazione su base etnica, sottolineando come certe categorie, sebbene poco presenti nella nostra società, siamo ancora vittima di stereotipi e perciò discriminate. In primis sinti e rom, che, pur costituendo solo il 2% della popolazione, sono vittima di hate speech da oltre l’80% di essa. E basta pensare ai recenti discorsi di Salvini e alla sua discriminante proposta di schedatura degli “zingari” (che tanto rimanda ai catastrofici totalitarismi della prima metà del ‘900) per non dare torto a questi alunni!

    In Italia i ragazzi percepiscono discriminazione anche su base censitaria, sulla linea del falso assioma che se sei povero, rubi!

    Per quanto riguarda la discriminazione per tendenza sessuale, in entrambi i paesi non è percepita dai ragazzi come un grave problema, anche se notano che l’atteggiamento varia a seconda dell’età: i giovani sono più aperti verso l’omosessualità, nuove forme di famiglia non convenzionali, il divorzio.

    Un tema che sta molto a cuore ai ragazzi di entrambe le nazioni è quello del bullismo, quel comportamento di spavalderia arrogante e superba, quel deplorevole atteggiamento di sopraffazione sui più deboli attraverso violenze fisiche e/o psicologiche, che è sempre più diffuso negli ambienti giovanili, anche scolastici. Esso sta diventando una vera epidemia, anche a causa della mutazione antropologica legata ad internet e ai social, e sta rendendo la vita di molti giovani -anche giovanissimi- un inferno.

    Di fronte a queste problematiche, gli studenti che hanno partecipato al meeting si sono interrogati su cosa fare contro la discriminazione. Tutti loro concordano nel dire che non è facile opporsi ad essa, sia perché i discriminati provano vergogna e paura sia perché chi assiste ad atti discriminatori spesso non agisce in difesa dei più deboli, a volte per indifferenza a volte per paura di essere a sua volta ghettizzato. Ma, venendo alla pars costruens, ecco i suggerimenti dei nostri studenti: parlarne con familiari e amici, aprire la mente, accettare consigli; non seguire particolari gruppi (non entrare nel “branco”, insomma) perché sono ritenuti “cool”, ben vestiti e apparentemente forti, ma frequentare persone vicine a te, che ti possano aiutare e sostenere; non mettersi nella posizione della vittima (non è facile, ma si può!), reagire e non vergognarsi ed infine non arrendersi, perché c’è sempre una soluzione.

    “Never give up” dice René. E noi ci uniamo a lui. La lotta contro la discriminazione, in questo periodo pericoloso, in cui in Italia per la seconda volta in un secolo si è passato il confine della tolleranza e forze politiche organizzate hanno sdoganato il linguaggio della forza, della paura, dell’odio, deve essere una priorità.

    Chiara Nencioni

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