Radio Cora - Vagoni piombati dal Poderaccio

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  • Vagoni piombati dal Poderaccio

    Duccio Dini non ce l’ha fatta, deceduto dopo essere stato travolto da due auto che si rincorrevano su Viale Canova a bordo delle quali c’erano Debran e Antonio Mustafa e Amet Remzi, abitanti presso il vicino campo nomadi del Poderaccio. Quando un ragazzo di 29 anni perde la vita in questo modo, è naturale indignarsi e chiedere che la giustizia possa fare il proprio corso considerando le responsabilità dirette di chi era al volante delle auto.

    È però in questi stessi istanti che bisogna fare estrema attenzione a non cadere nello sciacallaggio politico e mediatico: ogni individuo è giudicato e condannato per le proprie azioni, ma mai si possono trasportare le colpe di un singolo su un’intera comunità. La giustizia è una cosa sacrosanta, la vendetta comunitaria o la costruzione dell’odio su una categoria etnica è elemento assai distante dalla giustizia, anzi rischia di provocare reazioni di estrema violenza che colpiscono a casaccio.

     

    In queste stesse ore, un altro rom, più o meno della stessa età di Duccio, sempre a Firenze, sta presentando il frutto del proprio lavoro sartoriale alla città, altri corrono a fare consegne per un distributore internazionale, un artista ha da poco esordito con un musical di successo ed un operaio che vive in un campo prosegue il suo mestiere di giorno in giorno.

    In queste stesse ore, un comunicato dell’on. Donzelli di Fratelli d’Italia riporta parole generalizzanti e pericolose: “Gli assassini di Duccio devono scontare la loro pena in Macedonia, senza sconti di pena. Tutti i componenti delle famiglie delle persone coinvolte devono essere allontanate da Firenze, fino al quarto grado: abbiamo esiliato Dante, possiamo mandare via qualche decina di criminali rom. A tutti gli altri rom del Poderaccio sia dato un ultimatum: fino al 31 agosto per mettersi in regola. Dal primo settembre le istituzioni inizino i lavori per trasformare il campo rom del Poderaccio in un’area a disposizione della grande comunità dell’Isolotto: parco giochi per mamme e bambini, un luogo con palestre e campi sportivi per i nostri ragazzi, laboratori per insegnare i mestieri di una volta e i nuovi lavori ai disoccupati e infine un centro anziani, per stare vicini ai nostri nonni”.

    Punire i colpevoli certo, ma che c’entra allontanare i familiari fino alla quarta generazione?

    E allora ci viene utile l’immagine riportata in quest’articolo: la ricostruzione di un albero genealogico di bambini della categoria “zingari” fatta durante il periodo nazista per misurare il grado di sangue zingaro contenuto nel loro corpo e dichiarare che con il 25% di sangue zingaro il loro destino era quello di Auschwitz. L’immagine era contenuta nella tesi di laurea della giovane antropologa Eva Justin, discussa nel 1943 e recentemente tradotta in italiano per Franco Angeli con il titolo “Il destino dei bambini zingari”.

    Perché di bambini si occupò Eva Justin, in particolare di 39 rom e sinti chiusi nell’orfanotrofio di Mulfingen (Germania), finiti là dentro perché i genitori erano stati arrestati come “asociali” pericolosi per la razza e dunque da sterilizzare. I nomi di quei 39 bambini erano Karl Mai; Albert, Otto e Thomas Kurz; Josef, Anton, Franz, Anton e Johann Köhler; Wilhelm e Ferdinand Georges, Heinz e Josef Winter, Reinhard Weiss; Anton, Adolf e Andreas Reinhardt, Friedrich, Martin e Amandus Eckstein; Hildegard, Sophie e Anna Reinhardt; Rosina, Rosina e Maria Weiss; Scholastika, Amalie, Ottilie e Klara Reinhardt; Martha, Louise e Elisabeth Mai; Sonia Kurz; Johanna, Olga ed Eliese Köhler; Rosa e Sofie Georges. Il 9 maggio 1944, furono tutti trasportati ad Auschwitz-Birkenau, ma era stato detto loro che si dovevano vestire a festa e fare la comunione perché sarebbero partiti in gita. È sconcertante pensare che questi bambini siano visibili oggi in un filmato d’epoca, girato per volere di Eva Justin che ne studiava gli aspetti di inferiorità razziale – qui il video.

    In quegli stessi anni, in Germania era nota la presenza di un tagliatore di teste di origine sinta, della famiglia Reinhardt, che risiedeva nella foresta nera e che atterriva chiunque dovesse viaggiare lungo il percorso boschivo. In Italia c’era stato invece un sinto che di mestiere faceva il circense che utilizzò la sua arte per disarmare un gruppo di nazisti che stava per dare alle fiamme un paese nella zona del vicentino, lui fece uno spettacolo di magia ed i camerati si lasciarono convincere a proseguire senza effettuare la strage. Nel 1936, Otto Rosenberg, un rom di 9 anni, si ricordava molto bene di un uomo del suo stesso gruppo che di cognome faceva Lehmann e che era l’informatore della polizia che vendeva i propri amici per due soldi ai nazisti.

    Qualche ora fa, il piccolo Demir è andato a scuola e non sa dell’inseguimento e forse non sa neppure della morte straziante di Duccio, ma al funerale di Duccio, in silenzio, ci saranno anche rom e sinti che sanno come tutti noi che quella morte è ingiusta e che la richiesta di giustizia della famiglia ha bisogno di essere sostenuta. Pochi giorni fa, un ragazzo rom ha speso le sue ferie per andare a fornire sostegno ai profughi in Grecia.

    Il dolore è uno dei sentimenti che non dovrebbe mai essere cavalcato dalla politica, perché di fronte alla morte di un ragazzo, non si raggiunge alcun risultato se ci si appella alla costruzione della categoria razziale, dimenticando che le responsabilità sono sempre personali.

    Possiamo ricostruire di nuovo gli alberi genealogici, fissare percentuali di sangue zingaro per deportarli, ma dobbiamo saperlo: sono categorie di razza quelle che costruiremmo che niente hanno a che vedere con la giustizia per Duccio.

    C’entra l’esistenza del Poderaccio con quanto accaduto? Chi può dirlo? Sicuramente è un luogo di disumanità per chi vi abita dentro e per chi lo guarda da fuori. Una sola cosa mi viene alla mente su questo argomento: Firenze è una delle poche città, forse l’unica, che i campi nomadi li sta davvero chiudendo ad uno ad uno fornendo alternative abitative dignitose come ogni città può e deve fare, perché la dignità si riconosce e si costruisce per una città intera.  Sono almeno due anni che Firenze ha scelto i tempi di chiusura del Poderaccio, leggetelo questo documento –scarica il documento –  che descrive la situazione e le scelte operate. Oggi qualcuno parla di farne luogo di palestre e giardini per l’Isolotto, leggetelo il documento che ci ricorda che si tratta di una cassa d’espansione del fiume. Coloro che non votarono per la chiusura del campo del Poderaccio sono gli stessi che oggi prendono a pretesto la morte di un ragazzo di 29 anni, per fomentare l’odio generalizzato verso i rom e sinti. Ma i rom sono anche Demir che va a scuola, il sarto che sfila con la sua collezione, l’operaio che apre la sua bottega, il ragazzo che spende le ferie ad aiutare i profughi e quelli che lavorano da fattorini; i rom, come tutti noi sono  tante persone e non capisco perché ciascuno di loro dovrebbe pagare per le colpe di altri, come i 39 bambini dell’orfanotrofio di Mulfingen, diventati soggetti disprezzati e mandati a morire al di là di qualsiasi responsabilità personale, solo per la costruzione di una categoria che purtroppo continuiamo tranquillamente ad utilizzare.

     

    Luca Bravi

     

     

     

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