Radio Cora - Bora il Vento dell’esilio. Un viaggio dall’Istria sui confini difficili di oggi

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  • Bora il Vento dell’esilio. Un viaggio dall’Istria sui confini difficili di oggi

    Il 25 Maggio alle ore 10.30 presso la Biblioteca delle Oblate, in via dell’Oriuolo, nel cuore di Firenze, si è tenuta la presentazione del romanzo Bora, alla presenza di una delle due autrici: Anna Maria Mori. Ha introdotto il romanzo Guido Crainz che ne ha firmato anche la prefazione alla nuova edizione.

    Il romanzo, scritto a quattro mani, racconta il passato di due bambine, Nelida (Melani) e Anna Maria (Mori), nate rispettivamente nel 1936 e nel 1939, divise dalla Storia, che ha fatto di Nelida prima una cittadina jugoslava e poi croata e di Anna, prima una profuga e poi di nuovo un’italiana. Il libro è infatti giocato sul confronto fra due bambine, poi divenute intellettuali e scrittrici, cresciute in una striscia di terra, l’Istria -che è stata italiana dal Trattato di Rapallo del 1920 al trattato di Parigi del 1947- le cui famiglie hanno fatto scelte diverse. La famiglia di Nelida ha scelto di rimanere in Istria, creando così nella bambina un “sé sperduto”, come lo definisce la Mori, mentre quella di Anna Maria di andare in Italia, a Firenze, generando nella bimba ciò che lei stessa, da adulta, definirà “un sé perduto”.

    “Quando sono andata via da Pola ho avuto due infanzie, la prima naturale in Istria, la seconda sofferta in Italia, non una giovinezza, e così mi sono ritrovata poi già adulta”, dice la Mori di sé.

    Bora evoca l’umanità dei rimasti e quella degli andati e, per quanto riguarda il difficile tema della scelta, si può collocare sulla scia del romanzo di Fulvio Tomizza, La miglior vita, del 1977, che tratta dell’ardua decisione del protagonista, il sagrestano Martin Crusich, riguardo al proprio avvenire, di fronte al bivio imposto da due guerre mondiali e dalla ridefinizione dei nuovi confini, geografici e culturali; una storia italiana di frontiera e un romanzo sulla vita di un paese istriano.

    Anna Maria Mori racconta che questo libro è nato dal bisogno di capire e di rivivere la tragedia dell’abbandono della terra natale: “avevo bisogno di futuro e le lacrime di mia madre mi facevano sprofondare in un passato che comprendevo solo in parte”, e che la spinta è stata la lettura di Verde acqua, di Marisa Madieri, pubblicato da Einaudi nel 1987,  che narra dell’esodo da Fiume, dell’identità di questa città e di altri fatti legati all’ infanzia e all’adolescenza dell’autrice, in cui la memoria è anche ricerca delle proprie radici. Così la Mori ha cercato la Madieri, autrice di Una valigia di cartone (Sellerio 1991), per scrivere un libro a quattro mani in cui fosse presente anche il punto di vista di chi era rimasto in Istria. Dopo qualche reticenza della Madieri, è nato un fitto carteggio notturno via fax, con flussi di memoria che poi la Mori ha tagliato e cucito. Citando un libro di Sofri, Nodi e chiodi, l’autrice afferma che le donne sono il nodo e che lei ha voluto, intrecciando la sua storia a quella di Nelida, creare un nodo fra gli andati e i rimasti. Crainz ha sottolineato come la Storia debba essere un incrocio di sguardi, aggiungendo che non si deve mai guardare al passato con uno sguardo solo.

    Bora è stato pubblicato venti anni fa, nel 1998, da Frassinelli e ripubblicato da Marsilio quest’anno. Proprio Crainz ha voluto sottolineare come vent’anni fa la vicenda dell’Istria fosse un trauma irrisolto e parlarne allora fosse una scelta coraggiosa e come la rimozione impedisca un confronto vero fra le memorie ed aiuti l’egoismo.

    In quello stesso anno, o meglio, nel messaggio di fine anno agli Italiani il 31 Dicembre 1997, l’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per la prima volta parlò delle complesse vicende istriane: “Vedete, pochi giorni prima avevo ricevuto i rappresentanti degli esuli Istriani, Dalmati. Li conosco, li ho conosciuti allora e ho avuto l’onore altissimo di stare vicino a molti di loro…la sofferenza di chi è venuto via. Uno di loro ha detto, in modo estremamente simpatico ed efficace: “Siamo venuti via per rimanere italiani”. È chiaro che c’era un fondo, anche polemico, con chi è rimasto. Sono stato là in Slovenia e in Croazia. Ho visto gli italiani. Ho visto che cosa vuol dire lottare per essere fedeli allo Stato del quale fanno parte oggi, ma per non perdere le radici della nostra cultura e della nostra italianità […] dalla scuola di Pola – lasciatemi fare un passo – avete visto che ho citato due sofferenze, di chi è partito, di chi è rimasto: è un patrimonio solo”.

    La Mori, già prima della stesura del romanzo, aveva realizzato per Rai Tre la serie Vent’anni solo ierie per Rai Uno Istria 1943-1993: cinquant’anni di solitudine e Istria, il diritto alla memoria. Quest’ultima ha voluto sottolineare come sia stato difficile fare andare in onda quei documentari, che sono stati rifiutati dalla RAI fino a quando la guerra nella Ex Jugoslavia ha riportato di attualità il tema della pulizia etnica. Proprio la Mori ha definito se stessa, in modo a mio parere opinabile, come una testimone di un’analoga violenza in Istria. Indubbiamente lungo il nostro confine orientale non si può parlare di pulizie etnica, neppure riguardo alle foibe -fenomeno assai più complesso- ma certamente il dramma dello sradicamento è difficile da superare. Basti pensare che Ernesto Sestan, il grande storico di origine istriana, nel 1947 dedicava Venezia Giulia, Lineamenti di una storia etnica e culturale,  un libro di straordinaria e dolente finezza intellettuale (citando le parole di Crainz)  « alle ceneri dei miei vecchi, là nel cimitero di Albona».

    Perché allora tornare a parlare oggi di quella frontiera? Leggere libri di frontiera, viaggiare lungo confini “difficili” ci devono insegnare che essi sono sempre labili e che l’uomo che scappa è identico all’uomo che dovrebbe accoglierlo.

    Sicuramente il viaggio studio sul confine orientale dell’Alto Adriatico, organizzato quest’anno, dalla Regione Toscana ha contribuito a combattere l’ottuso nazionalismo, il provincialismo e a far capire quanto i confini siano entità mutevoli. Per questo dobbiamo tornarci spesso, per ricordare a noi ed agli studenti che le relazioni umane, quelle della pace, superano i segni degli Stati-nazione.

    Chiara Nencioni

     

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