Radio Cora - L’aria inquinata e l’urna “pulita” (1987)

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  • L’aria inquinata e l’urna “pulita” (1987)

    La nube arriva da Est, terrorizza e inquieta l’Europa. Il disastro di Chernobyl accelera la corsa al referendum e innesca la reazione a catena dello sfaldamento nuclearista. Dopo 25 anni di discussioni sulle politiche energetiche e sul fabbisogno sempre crescente, sulle “opportunità mancate” e sui “rischi scampati”, la parola passa alle urne.

    DI RICCARDO CAMMELLI

    Il fronte del SI, guidato da Radicali, Verdi e DP viaggia più veloce e non solo per effetto dell’emotività: si è ingrandito soprattutto nel corso degli ultimi due anni, con l’allargamento a PSI e PCI. Per i socialisti il mutamento è repentino: fino all’estate del 1986 persino la rivista «Mondo Operaio» preconizza una sorta di crollo industriale senza il nucleare ma qualche mese dopo la posizione è ribaltata. Per il PCI, che parte nuclearista, si tratta di un viaggio tortuoso e sofferto, tra i bizantinismi dei deliberati congressuali e lo scalpitante dissenso anti-nucleare della FGCI. La prima revisione avviene a seguito dell’incidente di Three Mile Island (USA), beffardamente preceduto dal film «Sindrome Cinese», con Jack Lemmon e Jane Fonda, perfette Cassandre di Hollywood. Nell’aprile del 1979 la Direzione nazionale comunista chiede «attenzione adeguata alle garanzie di sicurezza e salvaguardia» delle centrali, per le quali occorre operare una scelta «limitata e controllata», ben sapendo che non esiste il «rischio zero». Il resto avviene dopo il XVII Congresso di Firenze (aprile 1986), il nuclearismo vacilla fino all’adesione del PCI al SI referendario. Dall’altra parte si trova il NO di DC, PRI, PLI e Confindustria. Fino a qualche tempo prima hanno condiviso con gli altri partiti del Parlamento l’idea di una crescita economica legata all’impiego del nucleare, visto come tappa inevitabile, “pulita e sicura”. E invece torna tutto in discussione, a partire dal Piano Energetico Nazionale (PEN), rivisto varie volte sin dagli anni Settanta: in origine la previsione è di 20 centrali poi ridotte a 6, e già 3 siti sono funzionanti dal 1962-63. Il loro destino dipende dal voto sui tre quesiti che riguardano le future installazioni, e il destino è segnato: il SI vince rispettivamente con l’80,6%, il 79,7% e il 71,8% nazionale (84,4%; 83,9%; 78,2% dato provinciale fiorentino).

    La vera novità di metà anni Ottanta non è il cambio di posizione dei partiti né il risultato del referendum, che sono l’effetto della causa: all’origine c’è l’emersione dell’ambientalismo sulla scena politica. Un movimento variegato e multiforme – già forte in Europa e in particolare nella RFT – che si presenta ufficialmente con una marcia di oltre 20.000 persone a Roma, nell’aprile del 1985, adornata di maschere anti-gas e slogan contro inquinamento e nucleare, e che può contare su ben altri numeri: a metà anni Ottanta (solo per elencare alcuni soggetti) sono 120.000 gli iscritti al WWF, 30.000 quelli di Lega Ambiente, 9.200 gli Amici della Terra, 6.700 della Lega Anti-Vivisezione. E oltre all’associazionismo, la presenza elettorale: «Voto Verde perché c’è bisogno di aria pulita», dice uno slogan delle politiche 1987. Le regionali e amministrative 1985 segnano l’esordio e consentono l’ingresso dei Verdi nelle assemblee comunali, provinciali e regionali (2,35% in provincia di Firenze), di seguito le politiche 1987 ne sanciscono l’affermazione (2,51% nazionale e 2,85% fiorentino) e infine le europee 1989 ne fissano il punto più alto: con due liste, Sole che Ride e Arcobaleno, giungono al 6,15% complessivo (5,73% provinciale). Numeri che a sinistra provocano due reazioni: da un lato, come gli orsi al miele, si va alla cattura degli ambientalisti per inserirli nelle liste dei partiti tradizionali, e dall’altro si va al lamento delle prefiche rosse per il salasso di voti verso Verdi, Radicali e DP.

    Non c’è solo il nucleare dietro questo successo: con uno sguardo meno superficiale verso i nuovi utopisti si può scorgere alla base una profonda critica al modello di sviluppo prevalentemente “industrialista” che fa parte dell’agenda politica dei partiti tradizionali. Un modello quarantennale sostenuto nell’area fiorentina dalle maggioranze di sinistra, secondo la formula “fabbrica + mattone = sviluppo”, confermato sin lì nella sua valenza dal consenso ottenuto. Da tempo però le entusiastiche chiarine del progresso vengono coperte dalle campane degli allarmi e delle preci. Le comunità urbane, assillate da miasmi e mani mozze, si listano a lutto e contano le messi impietose dei costi sociali, a partire dall’inquinamento di tutti i corsi d’acqua: Greve, Pesa, Elsa, Ombrone pistoiese, Bisenzio, Arno, e con loro i corsi secondari. La lista prosegue con gli incidenti sul lavoro: negli anni Settanta si viaggia alla media provinciale di oltre 40.000 all’anno, oltre 150.000 regionali, potendo vantare in questo il terzo posto italiano e il primato nazionale per le malattie professionali quali asbestosi e silicosi. Non va meglio nello stesso decennio per le patologie oncologiche che colpiscono le donne: 600 decessi in Toscana e 200 in provincia di Firenze per cancro al seno; e Prato nel 1977 gode del triste primato di 27 decessi per tumore ogni 100 decessi, contro il 24,4% toscano e il 21% nazionale. Durante e dopo il “boom” è proseguita la prassi tacita del “baratto sociale”: straordinari, sommerso e salute in cambio di quote di benessere, di reddito e di beni mobili e immobili. Per le prime generazioni venute dalle realtà mezzadrili, contadine e operaie quel baratto è stato considerato acriticamente il gancio per l’ascensore sociale, e spesso ha svolto quel ruolo con successo. Dalle seconde generazioni in poi gli effetti dello sviluppo caotico e disordinato, il consumo e la saturazione del territorio, gli squilibri sociali e ambientali, sono stati osservati più attentamente e con minore ottimismo tra l’insoddisfazione, la preoccupazione e la protesta.

    Verso la fine degli anni Sessanta, solo una sparuta minoranza di sindacalisti, di movimenti e associazioni e di esponenti del PSIUP fiorentino e pratese, con più decisione degli altri, punta l’indice su questi temi che vanno al di là della fabbrica e che investono l’intera società. Gradualmente una parte di quelle istanze entra nel lessico della contrattazione sindacale, poi istituzionale e di seguito divengono argomenti di interesse per intere fasce anagrafiche, complici i disastri impossibili da ignorare come Seveso o Cengio, fino alla Farmoplant di Massa. Negli anni Ottanta la consapevolezza aumenta e il dibattito prolifera: siti produttivi, paesi e città, come organismi di carne, acciaio e cemento, ingurgitano energia e materie prime ed espellono scorie, scarti e rifiuti, a tonnellate ogni mese. Ma le soluzioni prospettate e attuate in termini di inceneritori, depuratori, discariche, fanno levare le grida di chi non le vuole (specialmente vicino a casa propria). Ecco che le marce e il campeggio a Baragazza contro il PEC del Brasimone si presentano come la fase più avanzata delle nuove sensibilità generazionali, un atteggiamento condiviso dalla giovanile comunista che crea imbarazzi nel PCI e che penetra come un cuneo nei progetti dell’area fiorentina.

    Una decina di anni prima il presidente della Regione Toscana, Lelio Lagorio, si era pronunciato contro l’ecologia «degli slogan» che faceva «vittime illustri» quali «la pianificazione, l’urbanistica e la programmazione». Qualche mese precedente il referendum del 1987 il presidente di Confindustria, Luigi Lucchini, proprio a Firenze, resta sulla stessa linea e attacca la lista del Sole che Ride: una lista «anti-industriale» che «rischia di aggravare l’intera questione ambientale facendo prevalere gli aspetti ideologici sulla soluzione pratica dei problemi». La sostanza dell’analisi è condivisa dal socialista Giorgio Morales: gli ambientalisti sono sparsi dovunque, la crisi del comunismo ha avuto nell’area gigliata l’effetto della formazione di un’area rosso-verde che dice “no”. Appunto: la Giunta Bogianckino assume le sembianze di uno stormo di procellarie, inquieto e preoccupato in vista della tempestosa nube rosso-verde che incombe per scompaginare i piani di pubblico e privato su Novoli, Castello e sulla bretella Barberino-Calice. Di nube si tratta, ma almeno non radioattiva.

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    Riccardo cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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