Radio Cora - Da Berlinguer ad Astori. La politica alla ricerca della sua identità

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  • Da Berlinguer ad Astori. La politica alla ricerca della sua identità

    Davide Astori era un bravo ragazzo. Probabilmente un ragazzo speciale. Sicuramente non un santo. Come non lo è nessuno di noi. Eppure Astori è stato celebrato come fosse un’entità superiore temporaneamente incarnatasi tra i comuni mortali per calcare i campi da gioco.

    10 mila persone in piazza Santa Croce non si vedevano dai tempi di Berlinguer. Da quando cioé il Pci aveva in mano il racconto sentimentale delle masse popolari, che si illudevano di una rivoluzione impossibile (diffidando nella fede), mentre si costruivano un destino migliore fatto innanzitutto di consumi.
    Nemmeno Salvini con il popolo verde dei ‘barbari’ valligiani, nel 2014 era riuscito in un’impresa così eclatante. Eppure era il Salvini che qualche mese dopo avrebbe trionfato alle politiche, e portava la novella dell’homo novus italico destinato alla ricostruzione del Paese. Anche in Toscana.

    Come è riuscito un timido ragazzo bergamasco, così lontano dallo stereotipo del campione e del fuoriclasse, anche mediatico, a generare tutto ciò? Oggi, nella civiltà dell’immagine, uno che del profilo basso e della non prevaricazione aveva fatto una cifra di gioco e di vita?
    Come ha potuto creare questa onda di commozione che ha travalicato gli steccati del tifo conducendo al suo funerale addirittura una delegazione dell’odiata Juventus? Un po’ come la morte di Berlinguer, portò Almirante in incognito a sfilare per l’ultimo saluto al feretro dell’acerrimo ma stimato rivale.

    Nell’umano c’è un insopprimibile bisogno di autonarrazioni che quando trova uno sbocco mistico comune diventa la scintilla su cui si costruisce un popolo. Un popolo in cui ci sentiamo migliori di quello che siamo perché ci ritroviamo a condividere un ideale che ci accomuna nella sua astratta perfezione.
    E’ esattamente quello che la politica ha smarrito. Certo, la morte aiuta sempre, con il suo indicibile portato di mistero e di terrore. Ma la morte, seppur giovane, da sola, non basta per spiegare tutto questo.

    In piazza per Astori si era come ieri in piazza per Beringuer, a commuoversi ed a raccontarsi parte di un paese migliore, che forse non c’è, e non c’era, ma che tutti volevamo e vorremmo.
    Vorremmo magari in maniera diversa, ma ciascuno con altrettanta forza. E l’illusione di trovare questa sublimazione dell’io collettivo nel corpo defunto di un calciatore è la stessa dell’immedesimarsi nelle parole, e nel corpo, di un capo politico, di cui si riconoscono, in vita come in morte, virtù indissolubili ed inderogabili.
    La celebrazione di Astrori è la celebrazione della purezza adamantina di una vita specchiata, di un corretto ardore sportivo, di un immacolata dedizione alla causa del proprio sport (missione) e della propria maglia (nazione).
    Questo oggi manca alla politica. E più ancora alla sinistra.

    Berlinguer lo intuì benissimo allarmando tutti sulla questione morale. Una politica che perdesse il rapporto ideale con il paese reale, che si piegasse agli istinti del tempo, all’utilitarismo cinico, non creeà mai unioni. Non determinerà mai riconoscimenti reciproci. Non unirà mai le piazze.
    Astori non era un santo. Così come non lo era Berlinguer. Ma la gente li ha percepiti come tali. E in loro si è riconosciuta.
    Chi non capisce questo lascerà sempre più vuoti gli stadi e le piazze. Costruendo poteri sempre più fittizi, effimeri, e lontani dalla realtà.

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