Radio Cora - I nascosti che emergono (1981)

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  • I nascosti che emergono (1981)

    Una notizia, un dossier, uno scoop dietro l’altro si susseguono nella cronaca e nel dibattito nazionale: il caso Sindona, le dimissioni di Zilletti dal CSM, le schermaglie sulla scala mobile. Eppure nella primavera del 1981 si votano i referendum sull’aborto, ma l’argomento sembra “carsico” e su qualche giornale resta in terza-quarta pagina fino a un mese dal voto.

    Vi si giunge dopo un decennio di agitazioni, polemiche e scontri che hanno visto la revisione del diritto di famiglia e una trasformazione sociale ancora in cammino, con la rottura culturale rispetto all’eredità fascista e rispetto al formalismo egualitario del dettato costituzionale. Sono ancora una volta le donne, in primis le femministe, a tentare di porre questa rottura al centro della discussione pubblica e a concretizzarla nell’immediato tramite consultori autogestiti. Le manifestazioni e le grida di protesta su questo scomodo tabu, che riguarda il corpo, la sessualità, la riproduzione e l’autodeterminazione della donna, restano inascoltate dalla maggioranza della popolazione e dai partiti, mentre per anni ringraziano di questo silenzio le praticone, le mammane con i ferri da calza e un sistema sommerso e clandestino senza garanzie di sicurezza e tutela. La sentenza della Corte Costituzionale del 1975 e la legge 194/1978 segnano tappe storiche e al tempo stesso suscitano nuovi quesiti sul fronte delle dinamiche sociali e su quello dei diritti soggettivi, innescando la miccia referendaria. Ancora una volta sono le “minoranze consapevoli” a chiedere ai cittadini di esprimersi, con l’evidente obiettivo di non indicare semplicemente un SI o un NO sul singolo tema, ma proponendo visioni diverse della società e del mondo. Tra i promotori del SI è netto il divario tra la tendenza liberalizzatrice dei Radicali – accusati dai detrattori di sostenere una “filosofia della morte” – e quella limitatrice del Movimento per la vita – accusato dai detrattori di promuovere un’involuzione “clerical-conservatrice”.

    Non lascia dubbi su quest’ultimo punto il rappresentante più in vista del Movimento per la vita, l’onorevole Carlo Casini: intervistato sui possibili esiti del voto afferma che se davvero tutti fossero ben informati voterebbero per il referendum da lui sostenuto, «contro l’autodeterminazione della donna, che la maggioranza non accetta».

    Il politico fiorentino è già conosciuto sin dalle tappe precedenti, a partire dal caso dell’ambulatorio CISA di Giorgio Conciani, arrestato nel 1975 per pratica di aborto illegale. Il sostituto procuratore che coordina le indagini è proprio Carlo Casini, che nel 1979 viene eletto alla Camera nelle file DC, fortemente “sponsorizzato” dalla Curia – dicono i comunisti – finendo primo degli eletti nel collegio con 35.176 voti. Il parlamentare diviene uno dei principali dirigenti e portavoce del Movimento per la vita, appoggiato dal Vaticano e dalla Chiesa locale, la quale, a differenza dei partiti quasi muti, dal presbiterio manda note corali all’unisono sin dall’approvazione della legge. La posizione antiabortista di papa Wojtyla, preceduto dalla CEI, è ribadita dal cardinale Benelli a inizio 1979, che si scaglia contro le istituzioni italiane e per questo riceve dal presidente del Tribunale di Camerino una denuncia per vilipendio del Parlamento, avendo usato «violente parole di crociata» lesive delle norme concordatarie. Due anni dopo La CEI toscana si pronuncia chiaramente in favore della proposta referendaria di Casini: qualsiasi aborto procurato, clandestino o legalizzato, è «incompatibile» con l’etica e la morale cristiana – dicono i vescovi della regione – e va quindi respinta la proposta radicale, che «tende a liberalizzare» la pratica abortista. Al contrario, è «moralmente lecita» e «gravemente impegnativa» la proposta del Movimento per la vita perché «minimale» e tendente a «restringere l’ampiezza della legge abortista». Sulla scia, il vescovo di Prato, Fiordelli, rimarca con una lettera alle famiglie contro l’«esecrando delitto» dell’aborto, compiuto dallo Stato che ha «la facoltà di uccidere» dopo il 90° giorno. Le madri che «uccidono» – sostiene l’alto prelato – sono vittime della «propaganda materialista», chiedono al dottore di «fare a pezzi» il bambino per gettarlo nel «secchio della spazzatura». L’ospedale di Prato è definito dal vescovo «laboratorio di morte» dove si compie la «strage degli innocenti» con la complicità del «partito tenebroso dell’uccisione». Non sono solo parole di Fiordelli: esce in quei frangenti una pubblicazione, Gli anni di Erode, di Emilio Bonicelli,con prefazione (per l’appunto) di Carlo Casini, accompagnato da una campagna elettorale del Movimento per la vita fatta di manifesti con feti fatti a pezzi.

    Tra le raucedini e le afasie della politica (ad eccezione dei referendari) si distinguono i socialisti, che per primi hanno fatto proposte di legge con Banfi, Caleffi e Fenoaltea (1971), poi con Loris Fortuna (1973), dimostrando una sensibilità diversa dai partiti maggiori. DC e PCI ripetono invece il copione della cautela e del sotto-traccia del 1974, ma hanno i rispettivi movimenti femminili schierati: l’UDI, che parte da posizioni di contrarietà, subisce una graduale osmosi sul diritto alla scelta interruttiva, fino a prendere posizione nel 1976 per una legge in materia, e nel 1981 è per mantenere la 194. Il Movimento Femminile democristiano, coordinato dalla delegata nazionale, la pratese Gabriella Ceccatelli, appoggia invece il referendum del Movimento per la vita. Il PCI esce allo scoperto di rado, si odono spesso i soprani e i contralti ma fra i rari tenori va annotato Alessandro Natta, che critica pubblicamente le reticenze del suo partito su due aspetti: il primo è il «senso di freddezza, scarsa attenzione, perfino fastidio» nel trattare l’argomento da parte della base. Il secondo, sempre riferito alla base, riguarda la scarsa attenzione a temi considerati erroneamente di secondo piano: a chi mi dicesse che «ora c’è da pensare alla scala mobile» invece che al referendum – scrive il politico ligure – risponderei che «commette un grave errore se pensa di separare la difesa dei suoi diritti dai processi di rinnovamento sociale e civile». Qualche giorno dopo (sempre più a ridosso del voto) la segreteria nazionale fa sapere che «tutto il partito» è impegnato e Veltroni annuncia una campagna di spot televisivi nelle tv private del Centro-Sud. Un impegno che Berlinguer conferma in piazza Santa Croce, il 26 aprile, in difesa della 194. Una legge – dice il leader sardo – che ha il merito di «avere bruscamente richiamato alla realtà» quanti «non avevano visto o si erano rifiutati di vedere», compresi Stato e Chiesa che «per secoli»avevano rifiutato di prenderne atto lasciando vita facile alle «mammane» e ai «cucchiai d’oro». Grazie alla «possente lotta delle donne italiane» e alla «comprensione» del partito e del movimento operaio la «maggioranza» del Paese ha acquistato coscienza. Con la proposta del Movimento per la vita – conclude – gli aborti «si tornerebbe a non vederli». La DC, sulla sponda opposta in compagnia del MSI, dice SI al referendum del Movimento per la vita e NO a quello dei Radicali: la legge 194 «non è a tutela della salute della donna» ma diviene «strumento di controllo delle nascite». Il segretario Piccoli esprime la posizione del partito nel «sicuro e chiaro orientamento a favore della richiesta referendaria» del Movimento di Casini.

    La “maggioranza” di cui parlano in senso reciprocamente opposto Casini e Berlinguer mostra però di avere idee confuse e i sondaggi ne tracciano un profilo problematico. Un sondaggio di “Demoskopea” dice che un 60% voterà SI al referendum del Movimento per la vita e un 30% a quello radicale, ma molti li voterebbero entrambi. Altro caos si aggiunge con «l’Espresso» che dà il SI di Casini al 55-60% e il SI di Pannella al 15% mentre secondo “Eurisko” il dato è ribaltato: 52,5%NO; 36,4% SI; 11% incerto. A conferma delle preoccupazioni di Natta, il risultato di un sondaggio nel PCI milanese riportato su «la Repubblica» indica che il 25% dei tesserati non sa neppure per cosa si vota. Non va esclusa, tra i motivi dell’orientamento o del disorientamento, una componente che a posteriori Pietro Scoppola fa notare: c’è un elettorato che non vuole essere disturbato su certe questioni ( il «senso di fastidio» di cui parla Natta, nda) vota per non affrontare più gli interrogativi morali che emergono dal referendum.

    L’ultimo picco di tensione si ha con l’attentato al papa, sul quale vi sono tentativi subito smorzati di strumentalizzazione politica, tanto che Almirante giunge a definire i sostenitori della legalizzazione dell’aborto come «mandanti morali» del tentato omicidio. Al voto si va lo stesso e le urne dicono NO. In Toscana il SI dei Radicali prende l’8% e quello del Movimento per la vita il 24,6% . In provincia di Firenze il SI radicale non raggiunge nemmeno il 10%, fermo al 8% (in linea con la media regionale) con punta minima Certaldo (4,9%). Il Movimento per la Vita ottiene il 24,9% provinciale, con punta minima Castelfiorentino (13%) e massima Poggio a Caiano (39,2%, a conferma della tenuta di legami con il clero locale).

    Non passa nemmeno una settimana e già un altro fenomeno nascosto emerge, ma stavolta la politica nazionale non mostra altrettanto torpore: il presidente del Consiglio Forlani si decide a pubblicizzare le liste della Loggia P2, ci sono 187 nomi toscani. I Consigli comunali, provinciali e le Giunte sussultano, alcuni nascosti emergono fra loro …

    Articolo di Riccardo Cammelli

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    Riccardo cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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