Radio Cora - La casa (del popolo) inizia a scricchiolare (1979-1980)

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  • La casa (del popolo) inizia a scricchiolare (1979-1980)

    Sono oltre 38.000 in Toscana, più di 10.000 in provincia di Firenze, per oltre il 50% donne: un inutile esercito industriale di riserva di diplomati e laureati che alla fine degli anni Settanta trova la porta chiusa del mercato del lavoro. Nei Consigli comunali, provinciale e in quello regionale si dibatte sulla “questione giovanile”, che è anche questione occupazionale.

    Di Riccardo Cammelli

    Il massimo effetto ottenuto è l’approvazione di una legge sulle “liste speciali” per gli under 30 (L.285/1977): iscrizione, graduatorie e poi collocamento presso privati, amministrazioni ed enti pubblici, con tre tipologie di contratto, ma con gli anni ci si accorge che la legge non funziona. Si organizzano varie conferenze locali e regionali, non per trovare una soluzione ma in definitiva per confermare ciò che si sa da tempo, da sempre: il sistema manifatturiero toscano vuole braccia e non teste.

    Nel 1981 (censimento Istat) in provincia si contano ancora 21.700 analfabeti e 188.000 alfabetizzati senza titolo di studio, il grosso è costituito dalle licenze elementari (491.000) e licenze medie inferiori (259.000) ma dal 1961 al 1981 gli aumenti più vistosi si hanno per le licenze medie superiori, che da 42.000 passano a oltre 137.000, e per i laureati, che da poco più di 15.000 passano a 38.300. Con sereno e onesto cinismo, sono gli industriali a dire seccamente quello che altri non riescono ad ammettere fino in fondo. Ginolo Ginori Conti, presidente regionale, invita a chiarire l’equivoco occupazionale: serve manodopera qualificata e non laureati e diplomati, profili inutili rispetto ai sistemi produttivi locali. Ancora più netta è la posizione dell’Unione Industriale Pratese, che esce persino sulla stampa: «nessuno vuol più fare l’operaio» – dicono da via Valentini – la corsa alla scolarizzazione di massa «sta alimentando nei giovani aspettative che la nostra società, per i connaturati limiti, non può soddisfare». E conti alla mano – proseguono – si vede che il 70% dei giovani punta al lavoro impiegatizio, mentre l’industria ha bisogno solo di un 18%: l’altro 82% è fabbisogno di manodopera. La proposta degli impannatori è quella di un ritorno al lavoro manuale supportato da una formazione professionale «che rilasci meno titoli di ragioniere e dottore e più qualifiche di specializzazione», ponendo fine così alle «scelte sbagliate per immaginazioni di carriera» dei genitori, troppo carichi di speranze verso i figli.

    Ciò nonostante, proseguire dopo le medie superiori resta l’obiettivo di molti: un’indagine datata 1978 nei Comuni di Firenze, Scandicci e Sesto sugli studenti medi superiori (quasi 3.000 intervistati) indica che solo il 13,9% intende trovare lavoro dopo il diploma, mentre il 61% proseguirà all’università. Un altro 38% cercherà lavoro e in caso negativo si iscriverà a una facoltà. Il mito della (quasi) piena occupazione declina, i comprensori toscani e fiorentini iniziano a cambiare volto e a mostrare le prime rughe. L’IRPET mette il punto interrogativo dopo la parola “crisi” del modello toscano, ma c’è il punto esclamativo sui mutamenti in atto. Il capitale pubblico e quello privato non hanno modificato i loro comportamenti, però – dice l’Istituto di ricerca – ci sono due novità rilevanti: una disoccupazione in aumento, fatta di persone con livelli di istruzione medio-alta, alla quale si aggiunge quella derivante dal calo occupazionale nell’industria, i cui dipendenti in Toscana scendono sotto le 500.000 unità nel 1978-1979. I numeri, anche per la provincia fiorentina, indicano il raggiungimento della fase di piena maturazione e di stagnazione del settore secondario, che negli ultimi dieci anni (1971-1981) cresce di sole 7.000 unità (da 228.400 a 235.400), a fronte di un terziario (pubblico impiego compreso) che si trova in piena espansione e sorpassa industria e artigianato (+70.000 posti, da 180.400 a 251.000).

    Buona parte della generazione del “baby boom” resta fuori da tutto questo e dagli altri spazi sociali, per forza e per scelta: alcuni usciti dall’impegno politico disinnescato e consumato dopo il ’77 bolognese, altri reduci dalla deludente e logorante esperienza della “solidarietà nazionale”, altri ancora desiderosi di mettersi alle spalle un decennio di tensioni, conflitti, stragi, fantasmi – per dirla come Giovanni Moro – anche attraverso la rimozione del vissuto, per gettarsi nell’onda del riflusso. Si demarcano sempre più i tratti di una emergente categoria sociale, quella “giovanile”, eterogenea ma accomunata da istanze, bisogni e problemi, guardata con diffidenza dai partiti tradizionali quando sceglie di avvicinarsi agli estremismi, insieme di personæ non gratæ per l’economia locale ma, all’opposto, degni d’interesse per l’economia di mercato come nuova fascia di consumatori.

    E questa categoria lancia segnali di confusione, disillusione, distacco e disinteresse che si traducono anzitutto in assenze: dalle urne, dalle sezioni dei partiti, dai circoli. Il tesseramento FGCI è in calo, in Italia come a Firenze: il segretario della giovanile provinciale, Leonardo Domenici, parla di «degenerazione e disgregazione» di una società che vive uno «sviluppo squilibrato» e che nega l’inclusione giovanile, a partire dal mercato del lavoro, determinando una preoccupante «frattura» tra giovani e istituzioni.

    Non stanno meglio le Case del popolo: già dal 1978 il Comitato regionale ARCI si pone il problema del presente e del futuro, soffrendo dell’assenza dei giovani, sia come frequentatori sia nei gruppi dirigenti. L’età media dei membri dei Consigli di circolo è di 35-55 anni, pochi sono quelli sotto ai 30 e i circoli vengono visti sempre di più come luoghi dove si gioca a carte, a bocce e a tombola. La frequentazione sembra maggiore laddove esiste un tessuto sociale e politico ancora integro, lungo il bacino dell’Arno, dall’Alto Valdarno alla foce, seguendo gli insediamenti produttivi, mentre risulta scarsa la presenza nelle grandi città. Da una “chiesa” a un’altra, la crisi sembra la stessa. La provincia fiorentina riesce ancora a fornire personale ecclesiastico, per lo più dai luoghi tradizionalmente definiti: l’Appennino (basti citare Gualtiero Bassetti, attuale presidente CEI, di Marradi; Silvano Piovanelli, cardinale e arcivescovo, di Ronta; Giovanni Benelli, cardinale, di Poggiole di Vernio) e l’area del Montalbano (da qui Benvenuto Matteucci, arcivescovo). Ma alla fine dei Settanta incombe la crisi vocazionale, il seminario si svuota di giovanissimi e arrivano i quarantenni. Prima del “boom” la strada del clero veniva intrapresa anche in risposta alla povertà diffusa e alla possibilità di alfabetizzarsi, dopo il “boom” la scelta diviene più interiore e sempre meno vincolata ai percorsi tradizionali dell’associazionismo cattolico.

    Davanti al capezzale del malato gli esperti si ingegnano nelle anamnesi e nelle diagnosi, tutte degne di interesse, ma in nessuna vi è compresa la terapia. All’Istituto “Gramsci” di via Orsini nel 1977 si tiene un convegno nazionale sulla “questione giovanile”: Mario Tronti la definisce come una «grande questione nazionale» e una «contraddizione specifica» vissuta da milioni di giovani «fuori dalle classi e fuori dai partiti», sui quali nessuno fa più presa, anzi esiste una «crisi di egemonia sulle nuove generazioni da parte di tutti». Lettura condivisa da Marco Follini, responsabile MGDC, secondo cui molta società ormai «non passa attraverso i partiti». A distanza di un anno giunge a Prato padre Bartolomeo Sorge, direttore di «Civiltà Cattolica», a parlare da un’altra angolatura della «nuova classe sociale» – come dice egli stesso – nata a seguito dello spostamento in avanti delle tappe della vita e dell’avanzamento della scolarizzazione. Sorge afferma che il ’68 è stata un’occasione per affermare utopie attorno a leaders e intellettuali carismatici tramite una «contestazione di élite», nella quale «c’era molto di obiettivo». A distanza di dieci anni – conclude il gesuita – la questione giovanile è «questione sociale»: la delusione e la contestazione ora «sono fenomeno di massa»: universitari, disoccupati, lavoratori, figli della borghesia e del proletariato si ritrovano in questa «nuova classe sociale» in cerca di «un nuovo senso della vita».

    La cartina tornasole è data dalle urne. Non tanto quelle del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978 (a Firenze vince il NO con il 59,8%, a Vaglia il 67,85%, in tutti gli altri Comuni il NO va oltre il 70%) quanto a partire dalle politiche 1979 e amministrative 1980. Gli elettori della provincia sono poco più di 909.000 nel 1976 e l’affluenza alle urne è del 96,77% (879.769 elettori). In quella tornata elettorale restano sotto alla percentuale di affluenza media solo 4 Comuni (al di sotto del 95%). Nel 1980 (elezioni regionali) gli elettori sono 934.000 ma vanno alle urne in 872.000 (affluenza del 93,36%) e le schede nulle e bianche salgono in quattro anni da 17.763 a 28.603. I Comuni che stanno al di sotto della percentuale di affluenza media sono saliti a 23 (punta minima: Firenze, 91,19%). Il PCI resta nel 1980 maggioranza assoluta in 38 Comuni e maggioranza relativa in 7, ma il dato amministrativo attenua il rosso di bilancio rispetto al memorabile biennio 1975-1976: il 50,33% provinciale del 1976 diventa il 48,32% nel 1979 e il 49,76% nel 1980; Castelfiorentino sembra non risentire per nulla della fase di disimpegno, dei carri russi a Kabul, del papa scelto strategicamente come un cuneo inserito nei muri dell’Est Europa, e può ancora esibire il suo record del 73,57% ottenuto nel 1980, addirittura appena superiore al dato del 1976.

    Nel 1979 il segretario regionale del PCI, Quercini, osserva la perdita del 10% di voto giovanile, che si è riversato nel non voto e verso PdUP e Radicali, con punte nelle aree urbanizzate e di recente immigrazione. Nel 1980 può ancora esultare: «ha vinto la sinistra che governa, chi ha perduto è la DC», che vede esaurirsi la “Battaglia di Toscana”. Eppure gli scricchiolii si sentono già, da più parti, anche se non è chiaro a tutti i corridori che la cima del monte è ormai lasciata alle spalle.

     

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