Radio Cora - Il sorpasso della “Terza Italia” (1975-1976)

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  • Il sorpasso della “Terza Italia” (1975-1976)

    «La caratteristica più rilevante in Toscana è che la classe operaia non è concentrata nelle grandi aziende che sono, appunto, limitatissime. Essa è anzi dispersa nelle migliaia di piccole aziende industriali (con meno di cento operai, per intendersi) che si sono riprodotte proliferando in dieci anni sulla vecchia economia artigiana», tanto che la DC e il “padronato” attraverso le CCIAA di Toscana, Marche, Umbria e Alto Lazio svolgono un convegno a Firenze sulla “Terza Italia”, bisognosa di risorse in polemica con il Mezzogiorno «questuante». Così scrive Alberto Cecchi, dirigente della Federazione fiorentina del PCI, sette anni prima del famoso studio di Arnaldo Bagnasco.

     

    La polverizzazione dei cicli produttivi del manifatturiero costituisce il  nodo centrale dello sviluppo economico ma anche il nodo delle relazioni sociali e politiche. Diviene così il terreno di scontro tra due interpretazioni diverse del fenomeno: da un lato chi  lo legge come unico, originale e foriero di successi, esaltando la piccola impresa per la sua flessibilità, la capacità di risposta al mercato, il suo essere simbolo di fantasia e vocazione autoimprenditoriale; dall’altro lato lo si legge come sviluppo anomalo e distorto, funzionale allo scarico dei costi della produzione sulle singole e fragili imprese terziste in balìa degli umori della domanda di mercato e delle disponibilità creditizie delle banche, senza contare i costi sociali, l’autosfruttamento, il “sommerso” e il lavoro a domicilio di supporto.

    Il PCI sostiene inizialmente la seconda tesi: la “Terza Italia” è un concetto, un orientamento economico voluto dalla DC e dalle Camere di Commercio – come afferma il segretario regionale Alessio Pasquini – che «corrisponde a un disegno ben preciso che parte dal contrattacco confindustriale e agrario per divenire per la DC strumento indispensabile al mantenimento di rapporti corporativi e di potere». La CGIL regionale si affianca: la proliferazione di tante piccole aziende in cerca di finanziamenti  creerà – come afferma Roberto Gattai, della segreteria toscana – una «disorganica politica degli incentivi» già sperimentata al Sud e che «si vorrebbe riproporre con la “Terza Italia”». L’89% del manifatturiero toscano è fatto da imprese con meno di 10 addetti ma proprio le dimensioni aziendali interessano i comunisti, preoccupati che «l’analisi dello sviluppo realizzatosi – come annotano Paolo Cantelli e Leonardo Paggi – si trasformi in una sua giustificazione a posteriori». L’IRPET lo ha già fatto nel 1969 descrivendo la dimensione aziendale come «tratto caratteristico» dell’economia regionale ma – proseguono Cantelli e Paggi – tutti i fattori critici dello sviluppo, invece di costituire elementi di «contraddizione» su cui intervenire sono invece divenute motivazioni e meriti di tale sviluppo, che spiegano la sopravvivenza della piccola impresa.

    Vige però lo slogan «Piccolo è bello» coniato da Ernst Schumacher, che ben si adatta all’economia toscana e fiorentina. Gli industriali parlano di «efficientismo» del modello di piccola e media impresa, e il loro presidente regionale Alberto Carmi sostiene che si deve «perseguire lo sviluppo rispettando le vocazioni». L’Unione regionale delle CCIAA parla di «particolarità» e «irripetibilità» del modello toscano. L’IRPET affida alla pmi il ruolo di «autopropulsione» economica, in virtù del rapporto tra economie interne ed esterne. Lo stesso direttore dell’istituto, Giacomo Becattini, si sforza di far comprendere alle parti politiche l’importanza del percorso «originale» della piccola impresa, trovando però – come ha ricordato a distanza di anni – una certa “sordità” verso l’industrializzazione diffusa, a causa della «egemonia culturale» dell’economicismo di destra e di sinistra sull’argomento. Un’industrializzazione leggera – dice Becattini – ancora a metà anni Settanta considerata da alcuni dal «carattere residuale» e gravata dalla «fragilità» della sua struttura.

    Visione critica a parte, i comunisti fiorentini e pratesi sanno bene che quelle decine di migliaia di ex mezzadri ed ex operai sono la “nuova classe” con cui stringere alleanze: il disegno del capitale – scrive Eugenio Peggio – è quello di creare una «artificiosa rivalità tra classe operaia, ceti medi e piccola e media industria» attraverso l’aumento dei tassi di interesse bancario, i licenziamenti, le chiusure  delle piccole imprese, ma la manovra è «fallita» e i comunisti propongono un «nuovo corso di politica economica» con la «programmazione democratica« che riconosce il ruolo «insostituibile» che compete a tali imprese.

    A ben vedere, i sistemi locali più che di programmazione democratica – che non è mai decollata pienamente – vivono di relazioni e rapporti di forze tra gruppi di interesse che risentono di echi medievali. I comprensori sono regolati da una sorta di accordo non scritto per cui ai soggetti economici, politici e istituzionali compete una precisa sfera d’influenza. Un patto tacito che determina buona parte delle dinamiche dei sistemi locali (spesso più concertative che conflittuali) e buona parte dei meccanismi di riproduzione delle élites territoriali. La relazione assume la forma triangolare Cassa locale-Comune-Categorie economiche o talvolta quadrangolare, laddove la Chiesa locale sia direttamente coinvolta. Nel poligono, a ciascuno il suo campo d’azione: ai “rossi” la guida del palazzo civico; ai “bianchi” la presidenza di Casse Rurali, Casse di Risparmio e Camere di Commercio; agli industriali l’economia, assieme alle associazioni artigianali e commerciali di due colori, così come i sindacati; infine il sociale, tradizionalmente di competenza dei “bianchi”, mentre in ambito di cooperative i “rossi” prevalgono in quelle di edificazione e di consumo. Relazioni, spinte e pressioni che si traducono anche in nuova pianificazione del territorio (a metà degli anni Settanta tutti i Comuni della provincia si sono dotati di uno strumento urbanistico) orientata alla creazione di insediamenti produttivi industriali, artigianali e infrastrutture nelle aree ex agricole e lungo le arterie principali di collegamento viario, assecondando la specializzazione manifatturiera del luogo.

    Il PCI rinnega ufficialmente la “Terza Italia” ma di fatto con il tempo finisce per accettarla. Dalla sua sinistra giunge l’accusa di Daniele Protti, segretario regionale PdUP, secondo cui vige un «regime di laissez-faire» favorevole alle imprese, complice anche certa parte della sinistra coinvolta nella «mitizzazione» dell’imprenditorialità toscana, poiché ne loda la «intraprendenza» e la «competitività» fino ad accettare «i connotati di un modello di sviluppo toscano in senso tutto sommato positivo», col risultato della «subalternità» dei poteri pubblici al «processo di accumulazione del capitale». Ma i comunisti sono alla ricerca di nuovi consensi per rafforzare i pilastri della loro subcultura, in quegli anni al culmine del successo. Nei singoli comprensori l’andamento elettorale del PCI è collegato alla trasformazione in atto: l’aumento del secondo e del terzo settore,  è dovuto alla crescita della classe operaia e alla proliferazione della piccola e media imprenditoria, che con la CNA e la Confesercenti si cerca di mantenere col timone a sinistra.

    Dal 1963 al 1976 nell’area Fiorentina la media voto comunista aumenta dal 47,92% al 55% (il PCI di Bagno a Ripoli ottiene il 60,47% nel ‘76 e a Firenze nel ‘75 la Giunta comunale torna di sinistra), parimenti aumenta nello stesso decennio il settore secondario (da 98.000 addetti a 104.000) ma soprattutto il terziario (da 106.000 a quasi 128.000 addetti). Nell’area Pratese si passa dal 46,39% al 52,48% (PCI vaianese al 59,61% nel ’76 e PCI pratese che ottiene la maggioranza assoluta nel ‘75), aumento accompagnato dall’incremento del secondario (da 43.600 a 51.300 addetti) e del terziario (da 12.700 a 18.600 addetti). Stesso trend per l’Empolese-Valdelsa-Medio Valdarno: dal 55,82% al 61,6% (il PCI di Castelfiorentino svetta nel ‘76 al 73,51%, seguito da Cerreto Guidi al 69,9%), con gli addetti al secondario che passano da 32.700 a 37.600 e quelli del terziario da 11.280 a 14.000. Nel Chianti fiorentino si va dal 52,3% al 55,2% di media, ma il dato importante è che in 3 Comuni su 4 (Greve, S. Casciano e Tavarnelle) il PCI passa dalla maggioranza relativa di 10 anni prima a quella assoluta (con il partito di Impruneta al 63,55% nel ‘76). In quell’area i 7.300 addetti del secondario salgono a quasi 8.500 e i 3.500 addetti al terziario raggiungono quasi quota 5.300. Nel Valdarno fiorentino il 49,9% del 1963 diventa 55,2% nel 1976, con la stessa dinamica del Chianti: 3 Comuni su 4 (Figline, Reggello, Rignano) vedono passare il PCI alla maggioranza assoluta (nel ’76 il PCI di Incisa guida il gruppo con il 66,06%); salgono di meno gli addetti all’industria (da 7.300 a 7.700) e gli addetti al terziario (da 2.900 a 3.600). Nel Mugello e Val di Sieve il 41,3% del 1963 diviene 50,18% nel 1976 (PCI di Barberino al 64,59% e di Pontassieve al 62,85% nel ‘76). Reggono le 5 roccaforti bianche dell’Alto Mugello, ma in 3 Comuni (Londa, Marradi, Palazzuolo) lo scarto con la DC è di un solo punto: a Marradi e Palazzuolo c’è stato un recupero di oltre 14 punti percentuali, a Firenzuola di oltre 11. Il secondo settore passa dai 16.600 del 1961 ai 18.000 del 1971; stesso orientamento del terziario, che passa da 8.500 a 10.200 addetti.

    Rossana Rossanda scrive, alla vigilia del voto delle amministrative 1975, che il voto «confermerà e allargherà la spinta a sinistra del paese». Un anno dopo, alla vigilia delle elezioni politiche, Eugenio Scalfari prevede il «sorpasso» del PCI sulla DC. La freccia a sinistra è messa senza esito e l’unico sorpasso è quello della “Terza Italia”, che dal Nord-Est alle Marche, passando per la Toscana, fa da spina dorsale dell’economia italiana. Quella “Terza Italia” fatta di artigianato, commercio e piccola e media impresa, tutti soggetti economici sui quali,  nella provincia fiorentina – come recita un documento del 1972 del PCI pratese – «già la sinistra esercita unitariamente la sua egemonia».

    di Riccardo Cammelli

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