Radio Cora - L’IMPREPARAZIONE SULLA SEPARAZIONE (1974)

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    L’impreparazione sulla separazione (1974)

    Da un anno è tornato a galoppare. Il “cavallo di razza” di Pieve Santo Stefano si è riconciliato nel 1973 con l’altro purosangue di Maglie lanciando un segnale preciso alle terze generazioni che meditavano un ricambio dopo il convegno di San Pellegrino, quattro anni prima. La vecchia guardia c’è sempre e Fanfani ha bisogno di rafforzarsi ancora. Serve un’occasione, un pretesto per regolare i rapporti di forza interni, imporsi una volta per tutte come leader, respingere il compromesso berlingueriano e riaffermare la funzione guida della DC verso gli alleati che tentennano.

    Scruta il mare come una vedetta pirata e punta il vascello messo a disposizione dai comitati per l’abrogazione della legge Baslini-Fortuna. Il segretario col referendum si gioca buona parte della sua permanenza in segreteria, perciò chiede e ottiene il voto unanime della Direzione: tanto basta perché Fanfani lo interpreti come un mandato pieno e personale. Personale e personalizzato è, infatti, lo scontro: si muove prima nella rossa Bologna e poi ad agitare le folle del Sud mettendo in guardia i mariti dalle fughe delle mogli «che scapperanno con la cameriera», infine risale a Firenze per denunciare il «rimedio innaturale e dannoso» della separazione definitiva. I dirigenti dello scudo crociato lo seguono in quest’avventura poco e male, pronti a scaricare su di lui l’eventuale sconfitta ma le premesse numeriche e le pressioni esterne li fanno ben sperare. 

    Fa da spalla il MSI, che per bocca del segretario Almirante rilancia anche sulle rive dell’Arno lo «scontro frontale» con i “rossi” e l’opposizione al divorzio per la «vittoria del tricolore». L’intesa diviene triplice quando la CEI esce allo scoperto – non può non farlo – con una «notificazione» che squalifica e condanna chi chiede la fine di un’unione che invece è «indissolubile». A cascata, la CEI toscana conferma la posizione dell’organismo nazionale e di seguito lo fanno anche gli alti prelati dell’area fiorentina. Il cardinale Ermenegildo Florit definisce il referendum «uno dei momenti più delicati della nostra storia recente», in cui c’è il rischio di una «radicale trasformazione e di un pericoloso ulteriore decadimento del costume, come dovunque è accaduto nelle nazioni che hanno introdotto il divorzio», quest’ultimo definito dal Concilio Vaticano II «piaga sociale». La stessa citazione è usata dal vescovo di Prato, Pietro Fiordelli, che in quegli anni è anche presidente del Comitato Episcopale per la famiglia: il divorzio – insiste – è «contro l’amore», «contro i figli» e «contro Cristo», mentre l’Italia «ha bisogno di famiglie sane». Anche il vescovo di Pistoia, Mario Longo Dorni (Montemurlo, Poggio a Caiano e Carmignano rientrano in quella Diocesi) si rifà alla “notificazione” considerandola un «atto di catechesi volta a illuminare le coscienze». Ma non tutto l’associazionismo cattolico è allineato, ci sono i “preti operai”, i dissenzienti, i  “Cattolici per il NO” e anche l’ACLI Toscana (con un acceso dibattito interno) si pronuncia contro l’abrogazione della legge.

    Di là dal fossato, oltre al battagliero Marco Pannella con i suoi Radicali, che vorrebbero una legge ancor più laica e libertaria, c’è un PCI che dà gas col freno a mano tirato, restio al corpo a corpo, impegnato nei tentativi di mediazione con la DC e il Vaticano. Ne va della strategia del “compromesso storico” e nessuno a Botteghe Oscure vuole un Paese tremendamente somigliante a quello cileno, tanto più che Berlinguer teme la sconfitta del NO. Tra i veli del centralismo democratico si scorge però un tiro alla fune sull’argomento: da un lato le sollecitazioni di Nilde Iotti, Adriana Seroni, Pietro Ingrao e altri, a chiedere che la questione del divorzio diventi una battaglia del PCI alla stregua degli altri temi economici e politici. Dall’altra i refrattari come Berlinguer stesso e Giorgio Napolitano, che giudica il referendum un «grave pericolo per la democrazia». Più tattico che convinto invece è Giorgio Amendola, che chiede di darsi una mossa, «altrimenti il nemico ci frega». Mancano entusiasmo, convinzione, condivisione e non si può nascondere. Umberto Terracini denuncia la «tiepidità» di alcuni settori del partito; la Seroni denuncia la «mancata mobilitazione» sul tema, che lascia spazi di manovra a PSI e Radicali; infine la Iotti accusa: sono in larga maggioranza le donne a mobilitarsi, mentre «una parte dei compagni non è d’accordo con noi».

    Il segretario del PCI giunge a Firenze ai primi di maggio – anticipando i comizi finali che per la prima volta vedono assieme le forze laiche, socialiste e comuniste – e conferma quanto detto in tutta la campagna referendaria: i comunisti non hanno voluto questa prova, tuttavia il NO va oltre la questione del divorzio poiché l’asse DC-MSI-clericali costituisce una «minaccia offensiva» dei «crociati» e del neofascismo, in gioco ci sono le libertà e i diritti. I risultati delle urne sgombrano il campo dalle paure ma la vittoria del NO mostra un Paese diviso a metà, con il SI che prevale al Sud e nelle Isole. In provincia di Firenze la media del NO è di poco superiore al 72%, in 4 Comuni il NO vince con percentuali superiori all’80%, in 26 Comuni si attesta tra il 70% e l’80%, in 13 Comuni tra il 60% e il 70%, in 8 Comuni tra il 50% e il 60%. I Comuni in testa sono anche quelli a forte tinteggiatura “rossa”: Castelfiorentino (84,33%), Certaldo (81,84%), Impruneta (80,88%), Sesto Fiorentino (80,5%). Quelli dove il NO prende meno sono i Comuni di tradizione “bianca”: Londa, Marradi, Palazzuolo sul Senio, Firenzuola, San Godenzo, Poggio a Caiano, con l’aggiunta dell’“intruso” Barberino Val d’Elsa. Tra questi Comuni è San Godenzo con il 54,17% di NO a esprimere la percentuale più bassa.

    Le Federazioni del PCI fiorentina e pratese salutano la vittoria «democratica e antifascista», confermando la lettura referendaria fatta dalla dirigenza nazionale. Nel comunicato di via Alamanni il ringraziamento va – notare l’ordine dell’elenco – «alle compagne, ai giovani del PCI e alla FGCI», il risultato ribadisce implicitamente la bontà della linea perché si è realizzato un «grande rapporto unitario di massa con tutte le forze laiche e cattoliche schierate per il NO». Il presidente del Consiglio regionale, Elio Gabbuggiani, durante i festeggiamenti individua un elemento decisivo di quegli anni: «nuove generazioni si sono affacciate alla vita civile: vivaci, attente, critiche». È su queste generazioni e sulla società nel suo complesso che risulta evidente una doppia impreparazione dei due principali partiti, che sono spiazzati dalle urne elettorali. I democristiani puntano sulla secca risposta di un’Italia ritenuta storicamente cattolica e devota, risposta che non giunge nella misura sperata. È la stessa Italia alla quale pensano i comunisti, visione ispirata dalle riflessioni gramsciane sulla “questione cattolica”, ma poi gioiscono per la vittoria in una competizione nella quale si sono trovati per forza di cose. Anzitutto c’è un deficit di lettura del “dopo-boom” nell’interpretare un’intera società ancora prigioniera di profonde arretratezze e conservatorismi, anziché scorgerne i processi di secolarizzazione in corso. In secondo luogo si tratta di temi che faticano ad inserirsi nella tradizionale agenda politica dei partiti: gli argomenti canonici sono le relazioni internazionali e i rapporti Est-Ovest, le questioni del lavoro e dell’economia, la programmazione, le alleanze ecc.. Le relazioni e le gerarchie sociali, familiari e private sono piatti inediti di una nouvelle cuisine che rientra, tutt’al più con ingredienti reinterpretati, nei menu della dottrina sociale della Chiesa o nella dialettica marxista del rapporto capitale-lavoro, secondo uno schema di emancipazione della donna che passa dallo studio e dall’impiego lavorativo. Sono invece i Radicali – veri protagonisti della campagna referendaria – assieme ai laici, ai socialisti e ai movimenti, ad avere le idee più definite, a distanza di sei anni dal ’68 e nella fase in cui sta emergendo una ricerca di “soggettività” e di differenze tra generi che fanno del “personale” un momento “politico”.

    Urne chiuse, festa finita e poi? Si scopre un’altra Italia e le donne comuniste chiedono al partito di non fermarsi al voto. A livello nazionale Adriana Seroni auspica che il referendum «non sia una parentesi» e che il PCI sia anche il partito di «un nuovo modo di essere e di vivere degli uomini e delle donne». La Iotti ammette che il partito non è riuscito a leggere il mutamento della sfera privata: «noi siamo stati consapevoli di questo mutamento? Io dico di no […] anche per noi l’immagine dell’Italia è rimasta arretrata», per cui il referendum non può restare solo «una parentesi» ma dice qualcosa di molto più profondo da studiare, capire, acquisire. Di altro umore in casa democristiana, dove si scatena la bagarre: l’impetuoso Fanfani va “k.o.” e perde la partita personale; gli fa da alter ego il cauto Moro, che rimprovera la mancata «discrezione e prudenza» dei referendari e ammette il «confuso venire alla luce di un mondo più libero e di uomini più autonomi e responsabili»; prende atto della nuova situazione il dirigente regionale toscano, Ivo Butini, pronto a voltare pagina e a «gettare un ponte tra le due Italie delineate dal voto».

    Intanto il galoppo del “cavallo di razza” della scuderia di Nuove Cronache diventa un rabbioso trotto che gli fa gridar vendetta, in attesa delle amministrative del 1975. Ed è già un aut-aut: o di nuovo al galoppo, o il ritiro dalle corse.

    Riccardo Cammelli

    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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