Radio Cora - Elezioni Toscana: I bianchi guelfi e i rossi ghibellini (1970)

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  • Elezioni Toscana: I bianchi guelfi e i rossi ghibellini (1970)

    «Che cos’è la Battaglia di Toscana? Due cose: un atto, mi sia consentito, di orgoglio della DC toscana, che non accetta in via permanente una posizione subalterna di minoranza, rinunciando a combattere perché subisce come immodificabile la presente situazione, ed un atto di coerenza e responsabilità politica del partito, che si fa carico di una lunga tradizione politica, chiamando altre forze politiche a collaborare alla prospettiva di modificazione dell’equilibrio politico esistente». Di R. CAMMELLI

     

    Con le truppe schierate, cosciente della manifesta superiorità dell’avversario, Ivo Butini chiama ugualmente alle “armi”. Nel cielo della DC toscana l’arrivo delle Regioni provoca ora nubi, ora rischiarate, senza un vento che soffi nella stessa direzione. Da decenni l’area compresa tra Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria si va tingendo d’un rosso sempre più acceso ma nello scudocrociato di fronte alla “questione comunista” si va in ordine sparso. La corrente della sinistra di Base propone un «patto costituzionale» con il PCI per risolvere i grandi problemi del Paese e non vede negativamente la nascita del nuovo ente intermedio tra Stato e Comuni. Di tutt’altro parere dorotei e fanfaniani, memori dello Scelba che già nel 1953 mise in guardia circa «la conquista dell’amministrazione di una intera regione da parte di forze totalitarie», un vero e proprio «pericolo» scongiurabile «finché lo Stato sarà retto da uomini di sicura ispirazione democratica». Ai basisti risponde il doroteo Edoardo Speranza definendola come proposta «suicida» per la DC e per la democrazia, e mentre Piero Bargellini contrappone l’anti-nazionale «regione rossa» al nazionale «tricolore», il fautore della “Battaglia” regionale, Butini, dà l’aut-aut agli altri partiti che a livello romano sono alleati: «o tutti al governo o tutti all’opposizione».

    Le sinistre chiedono invece con insistenza l’istituzione delle Regioni, secondo uno schema che prevede il nuovo ente come motore dello sviluppo territoriale e protagonista della programmazione economica decentrata. Per il PSI si tratta di far tesoro del socialismo municipalistico di fine XIX secolo, riadattandolo alla nuova situazione che gli permetterebbe di entrare – citando Nenni – in un’altra “stanza dei bottoni”. Per il PCI – come viene affermato in un’assemblea provinciale fiorentina degli amministratori – l’ente locale è indubitabilmente «espressione del potere dei lavoratori». È l’eco delle posizioni del partito, ribadite dal vicesegretario nazionale, Enrico Berlinguer: «Lotta politica di massa per le riforme e la programmazione significa […] pieno dispiegarsi dei poteri e delle iniziative che possono assumere in questo campo i Consigli regionali e gli Enti locali». Da comunista sardo a comunista sardo: si tratta per il PCI dell’occasione di mettere in pratica la teoria gramsciana della “guerra di posizione” con la costruzione della «robusta catena di fortezza e di casematte» rappresentate dalle Regioni, per giungere gradualmente alla conquista della «trincea avanzata» dello Stato. Una casamatta regionale non certo difficile da costruire, vista l’egemonia della subcultura rossa.

    Nel bisticcio di voci si distingue anche quella del PLI: i liberali non sono pregiudizialmente contrari al decentramento regionale ma oltre a temere un eccesso di disarticolazione del suolo patrio, avanzano con il consueto pragmatismo alcune critiche sui costi di mantenimento di tali enti e sull’indefinitezza delle loro competenze, non ancora nette alla vigilia del primo voto. Ubaldo Rogari, docente universitario e personaggio di spicco del partito, già consigliere comunale ed ex assessore al Comune di Firenze, nutre dubbi anche sulla possibilità di una programmazione armonica, davvero improbabile con 20 regioni, 20 programmi economici diversi, 20 politiche di spesa pubblica diverse. Lo va dicendo ai comizi – e quelle critiche riemergono ancora oggi nel dibattito sugli enti locali – ma dice anche che il tempo dell’anti-regionalismo si è esaurito, e che giunge il momento di «vigilare» sulla spesa e sulla gestione del nuovo soggetto istituzionale, nell’interesse delle categorie economiche che il PLI rappresenta.

    Se Rogari insiste sui bilanci, Butini preferisce invece punzecchiare i socialisti, pressandoli per non decidere in favore del “neo-frontismo”, tant’è che non esiste alcun accordo sulla composizione della futura maggioranza. Le urne non sciolgono il nodo, ma indicano una strada percorribile: il PCI in Toscana si attesta di poco sopra al 42%, il PSI ottiene l’8,74%, la DC è al 30,53%, i socialdemocratici sono al 6,4%, il PSIUP appena oltre il 3%, il PRI ha il 2,23%, il MSI ha un 3,82% e il PLI il 2,63%. A livello provinciale fiorentino il PCI è sopra al dato regionale, con il 45,31%, e sopra la media regionale è anche il PSI (uscito da poco dall’esperienza unitaria) che ottiene l’8,26%. La DC invece registra un dato inferiore: 29,13%.

    Il territorio regionale presenta chiaroscuri, in vent’anni il profilo socio-economico si è modificato marcando una distinzione tra il dinamismo dell’intero bacino dell’Arno e il resto della Toscana e confermando nelle zone avviate all’industrializzazione l’aumentato di consenso verso i partiti del governo locale. Il voto provinciale segue ormai da decenni un’equazione che pare un assioma: aumento della popolazione, aumento degli occupati nel secondo settore e aumento dei voti a sinistra. La popolazione residente nella provincia di Firenze aumenta dai 916.000 del 1951 a 1.146.000 dei primi anni Settanta, mostrando tuttavia punti critici e aree di deflusso soprattutto nel Mugello, nel Chianti e nel Valdarno Superiore. La trasformazione demografica provinciale accompagna quella economica: gli oltre 155.000 addetti all’agricoltura del 1951 sono poco più di 29.000 all’inizio degli anni Settanta. Nello stesso arco temporale gli addetti all’industria sono passati da 127.000 a più di 228.000 e quelli del terziario da 127.000 a oltre 180.000. E a questi vanno aggiunti gli invisibili del “sommerso”: lavoranti a domicilio non registrate, minori coadiuvanti nel tempo libero ecc.. Durante questi vent’anni il voto al PCI cresce dovunque in rapporto all’espansione della campagna urbanizzata e all’aumento degli addetti all’industria e all’artigianato, siano essi dipendenti o piccoli e medi imprenditori. Cresce, ma in maniera più contenuta, laddove è più radicata l’altra subcultura bianca e dove il mutamento socio-economico viaggia a diversa velocità.

    Con le regionali del 1970 il Partito Comunista diventa maggioranza assoluta in altri 5 Comuni (Barberino Valdelsa, Campi Bisenzio, Lastra a Signa, S. Casciano e Scandicci), detenendola dunque in 31 Comuni. Resta maggioranza relativa in altri 11 (compresa Firenze, dove nessun partito è sopra al 36%) e aumenta, pur nella condizione di minoranza, nei Comuni “bianchi” (nel Montalbano e nell’Alto Mugello, con dato minimo a S. Godenzo: 24,95%). Quanto alla DC, l’avvio della battaglia butiniana consente lievi aumenti percentuali in 15 Comuni, e in 24 si mantiene sopra la media provinciale ma per contro il partito scende in 32 realtà (con cali del 1-1,5%) e resta stabile in 4. Laddove il PCI è minoranza, la DC è maggioranza relativa ma non assoluta, sfiorandola nel caso di Londa (48,93%) e laddove la DC ottiene la peggiore performance, a Castelfiorentino (16,6%), il PCI ottiene il suo risultato migliore (69,63%). In questa situazione per il PSI resta facile proporsi come ago della bilancia regionale ma non può dire altrettanto per i singoli territori. Il ritorno alla propria lista non è coronato da successo e solo in 15 Comuni ottiene risultati superiori alla media provinciale. I principali sono quelli dove tradizionalmente il PSI aveva già un retroterra politico, soprattutto nel Mugello: i tre piazzamenti da podio sono a Scarperia, dove addirittura aumenta rispetto al dato PSU del 1968 (24,55% contro il 24,32% precedente), Vicchio (16,85%) e S. Godenzo (16,51%), seguito dal PSI chiantigiano di Greve (14,27%).

    A Palazzo Budini Gattai la riproposizione del centro-sinistra quadripartito non ha il conforto dei numeri, raggiungendo il 47,9%, mentre un governo di sinistra con PCI e PSIUP ma senza il PSI non sfiorerebbe il 46%. L’uscita dallo stallo avviene grazie all’apertura di De Martino nel luglio del 1970, optando per un’alleanza di sinistra. Nel mese di luglio Lelio Lagorio viene eletto presidente della prima Giunta regionale, con un documento programmatico che archivia le formule passate e «concluse»: la Toscana costruirà una «nuova organizzazione democratica dello Stato senza essere né subalterna, né contrapposta pregiudizialmente ad alcun indirizzo di governo o di opposizione allo stesso». Non ci sta la DC, che ha appena iniziato la contesa contro i ghibellini rossi: Butini polemizza subito e denuncia il PCI che «tiene in ostaggio» Lagorio. La prima manovra della “Battaglia di Toscana” è compiuta.

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