Radio Cora - Millesimo uguale, lingua diversa (1968)

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  • Millesimo uguale, lingua diversa (1968)

    Alle spalle Valle Giulia, di fronte l’urna elettorale. Il movimento studentesco s’innalza come un’onda, vibra e grida al mondo con il suo coro a più voci tra loro discordi. Spingono in più direzioni le correnti impetuose della contestazione e il locale si fa internazionale: il Vietnam, lo scontro generazionale, la “legge Gui”, la guerriglia universitaria organizzata in piccoli gruppi di maoisti, trotzkisti, castristi. Tutto sembra tenersi insieme, e a dar man forte ci si mettono anche gli studenti delle medie superiori.

    La società e la politica osservano l’inatteso, chi impaurendosi di tanta energia liberata, chi mostrando sgomento, chi restandone spiazzato. Ma stare con le mani in mano per i partiti tradizionali non è il caso, non foss’altro per l’esordio al voto di 2 milioni e 800 mila ventunenni. Il mondo cattolico è in fibrillazione, si agitano le ACLI e la Fim-CISL, a fronte di una DC troppo impegnata a trattenere il tramonto del centro-sinistra con il “demiurgo” Moro: solo l’anno successivo – e in minoranza nel partito – il leader pugliese parlerà di «validi fermenti sociali, specie studenteschi e operai, i quali chiedono una sostanziosa risposta […] Rivendicazioni di benessere, di giustizia, di dignità e di libertà». L’area socialista e socialdemocratica è impegnata con il faticoso e tribolato processo di unificazione, che si dirige in tutt’altra direzione rispetto alle istanze movimentiste. I socialisti unificati sfoggiano i paramenti del loro spirito libertario, attestandosi sulla ferma posizione contro la “repressione” ma non può bastare per fare presa sulle nuove generazioni.  Già staccatosi dal PSI nel 1964, è il PSIUP ad annusare l’aria di cambiamento e a tentare di seguire i rivoli del fiume sessantottino. Scrive alla vigilia del voto il neo-iscritto Alberto Asor Rosa: «è probabile che i giovani votino in grandissima maggioranza, salvo qualche isola settaria […] convinti di compiere una scelta che può effettivamente qualificarsi solo sul terreno dello scontro sociale». Più in là il PCI, che sin dal 1966 fascicola l’elenco dei gruppetti di “estrema”: diffida come sempre di tutto quanto si muova alla sua sinistra e deve rispondere alle accuse di “tradimento” della rivoluzione. In aprile il segretario Luigi Longo compie un passo di avvicinamento e incontra un gruppo di studenti, tra cui Oreste Scalzone (ex FGCI). Emergono le distanze sulla questione cinese e sulla coesistenza pacifica, il PCI – accusano i giovani – sposta sempre più avanti nel tempo la meta rivoluzionaria. L’ex partigiano “Gallo” ammette il «distacco tra il partito e la realtà» del mondo studentesco ma il partito lotta attraverso la «mobilitazione delle masse» e la «utilizzazione di tutte le possibilità democratiche», dunque nessuna prospettiva diversa è presa in considerazione. Le due delegazioni si salutano con la promessa di un altro incontro che non ci sarà, tuttavia l’evento in sé è rilevante. Mentre Longo analizza su «Rinascita» la funzione «anticapitalistica» dell’agitazione nelle scuole e negli atenei, una parte del movimento dà indicazioni per votare “scheda rossa”, PCI o PSIUP.

    Slogan, parole d’ordine, tazebao sciorinati ai muri: le frasi di Marx, Marcuse e Mao dilagano nelle aule dei centri urbani e nelle città sedi di Atenei, ma lontano da quelle l’eco delle dispute giunge su onde sonore diverse. Nelle case della Valdelsa dove lavorano le “catenine”, negli stanzoni del tessile pratese o della metalmeccanica fiorentina, lungo le vie del pendolarismo operaio della Sieve, della Pesa, dell’Elsa, della Greve, le parole sono altre: “cottimo”, “straordinario”, “lavoro notturno”, “licenziamenti”. I coetanei degli studenti hanno abbandonato presto penne e quaderni e a poco è valsa l’obbligatorietà della scuola media. Sono quasi 39.000 gli analfabeti in provincia (dati Istat 1971), che assieme agli alfabetizzati senza scuola (248.318), alle licenze elementari (519.750) e medie inferiori (150.508) fanno un totale di oltre 957.000 persone, esercito titolare e di riserva del manifatturiero fiorentino. Più che Cohn-Bendit influiscono le dinamiche del dopo-alluvione, con la nascita di comitati auto-organizzati di rione e di quartiere a sostegno della democrazia dal basso e del decentramento, per la piena cittadinanza delle periferie, i servizi sociali e la difesa del suolo, quel suolo e quegli argini dei fiumi poco protetti dal centralismo ministeriale romano. E assieme, dalla stimolante inquietudine del mondo cattolico post-conciliare, s’avvia l’indagine interiore e materiale che prende forma da Barbiana all’Isolotto, nella cintura esterna della città-vetrina, attraverso la sperimentazione di nuove esperienze e pratiche comunitarie.

    Il rapporto operai-studenti, in quella primavera così carica di attese, è tutto da verificare. Le Federazioni del PCI fiorentino e di quello pratese restano sulla formula matematica delle alleanze tra operai e “ceti medi produttivi” ma ora devono aggiungere l’incognita-variabile degli studenti.  La DC a trazione fanfaniana imposta la “Battaglia di Toscana” con il suo capofila Ivo Butini, rimanendo piuttosto lontana dalle sollecitazioni sindacali e sociali. Rimane persino distante dalle sensibilità di un Giorgio La Pira o di un Nicola Pistelli, della cui sinistra interna resta poco. Nel PSI prevale la linea di Luigi Mariotti, avviandosi l’esperienza unitaria del PSU. Quanto spazio c’è in questi partiti per una tale novità? L’attrezzatura forse più ricettiva sembra quella in dotazione ai social-proletari di Silvano Miniati, Piero Spagna, Daniele Protti e Guido Biondi, con un occhio rivolto al libro e uno al tornio, pur senza le truppe di un PCI con cui fare insieme la lista al Senato.

    Le urne celebrano ancora l’avanzata del PCI: il guadagno a livello provinciale è modesto, c’è un +2% sul 1963 ma il partito è ormai maggioranza assoluta in 25 Comuni, con il record a Castelfiorentino (68,81%) che tira la volata al gruppo, seguito dai comunisti di Cerreto Guidi (65,25%) e quelli di Certaldo (65,21%). La DC si attesta sul 30,19%, in 24 Comuni ottiene consensi superiori alla media provinciale e si confermano baluardi dello scudocrociato solo le tradizionali roccaforti del Montalbano (a Carmignano 41,68% e a Poggio a Caiano 47,23%) e dell’Alto Mugello (a Firenzuola il 48,2%, a Londa e S. Godenzo sopra al 47%, a Palazzuolo 44,85%, a Marradi 43,16%). Il processo di riunificazione socialista non piace, e si vede: il PSU prende il 13,1% a livello provinciale, e solo in 5 Comuni (Greve, S. Godenzo, Scarperia, Vicchio) riesce ad ottenere più del voto ottenuto dal PSI nel 1963, comunque meno della somma potenziale dei voti di PSI e PSDI. Si registra un deflusso di schede a sinistra, certamente è il PSIUP a uscirne bene, anche se non esiste una correlazione diretta tra i migliori risultati dei social-proletari e i peggiori del PSU. Infatti il dato provinciale del PSIUP al 3,95% comprende punte di oltre il 6% a Palazzuolo, Londa, Dicomano e appena sotto al 6% a S. Piero a Sieve, ma a questi non corrispondono le peggiori performances dei socialisti unificati, che scendono sotto quota 8% a Capraia e Limite, Cerreto Guidi, Montaione, Montelupo, Gambassi, Certaldo, Incisa e Poggio a Caiano. Nella dinamica del voto va tenuto conto anche dei flussi migratori: nell’Alto Mugello in via di spopolamento le perdite del PSU non si dirigono interamente verso il PSIUP, e il PCI (si veda Londa e Dicomano, per esempio) aumenta in percentuale pur perdendo voti. Al contrario, nei territori industrializzati della piana, in pieno boom demografico (si vedano i casi di Calenzano, Montemurlo e Fucecchio) il PSIUP e il PCI avanzano molto di più di quanto perda il PSU, in virtù di un cospicuo aumento degli elettori.

    A Botteghe Oscure tirano un sospiro di sollievo e l’ala amendoliana, non nascondendo insofferenza verso il ribellismo nelle scuole, estrae dal cilindro l’analisi staliniana della “lotta sui due fronti” vinta dai comunisti. Proprio Giorgio Amendola su «Rinascita» definisce il movimento studentesco un «rigurgito di infantilismo estremista e di vecchie posizioni anarchiche»; stessa posizione quella di Giorgio Napolitano su «Critica marxista»: il voto smentisce la grande borghesia, delusa per la mancata integrazione nel sistema capitalistico delle masse popolari, dei ceti intermedi e della classe operaia, ma sono «smentiti anche quelli che da sinistra avevano giudicato debole, cedevole, insufficiente la nostra reazione a questa tendenza e a questo pericolo». Cade quindi la tesi del cedimento del PCI per la «duplice pressione» della socialdemocrazia e dei «gruppi o tendenze di sinistra». Napolitano riconosce nella contestazione «l’accumularsi di una carica esplosiva di malcontento e insofferenza in larghi strati della classe operaia, delle masse popolari e delle giovani generazioni», ma il PCI si richiama alle «esigenze concrete» dei lavoratori e delle masse, quindi non intende perdervi il contatto «annegando tutte le rivendicazioni in un’istanza globale di rovesciamento del sistema». L’atteggiamento in Toscana e sull’Arno non è dissimile, ma il confronto e lo scontro tra le culture del movimento studentesco e la subcultura rossa (e bianca) dell’area fiorentina conosceranno più tardi altri appuntamenti, contaminazioni, rotture e recuperi. E il ventenne delle vetrerie empolesi scenderà in piazza con la matricola di piazza S. Marco: alle spalle c’è l’estate dell’urna, di fronte si trova l’“autunno caldo”.

      Riccardo Cammelli

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