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  • IL COLLE MAGRO, LA PIANA GRASSA

    Il colle magro, la piana grassa (1958-1963)

    Boom” e “miracolo economico”. Il primo termine indica quasi laicamente l’ennesimo “Big Bang” gravido di rinnovate energie, mentre il secondo rimanda alla religiosità dell’Italia madonnara, che solo per intervento divino sa spiegarsi il perché di un’accelerazione così improvvisa.

    Entrambi i termini restano nell’immaginario collettivo a rappresentare tavole imbandite e famiglie sorridenti incamminate verso le vacanze sull’utilitaria Fiat del momento, che si lasciano alle spalle il lavoro e la casa dove sono comparsi i primi elettrodomestici. Periodi richiamati dai politici ancora oggi, come punto di riferimento di un’Italia competitiva e da primato.

    Ma tutti quei sorrisi e quelle pance piene sono figli del pianto, della fame e della sofferenza per un grande dramma collettivo che investe più di metà penisola. La terra – come canterà un decennio più tardi Modugno – si fa “amara” e l’agricoltura sprofonda nella crisi tra le riforme mancate e l’ignavia dei latifondisti. In Toscana il tramonto della mezzadria fa smagrire la montagna e la collina di persone che lasciano le terre incolte per riversarsi nella florida pianura, terra promessa di ciminiere, opifici e opportunità di successo. Le tasche e le mandibole denunciano il pane nero che manca e il pane bianco che si può avere: nel 1960 il reddito mensile di un mezzadro oscilla tra le 7.500 e le 12.000 lire, niente a che vedere con le 31.500 lire di un operaio tessitore comune o con il guadagno di un lavoratore metalmeccanico, che supera le 40.000 lire. E allora giù a scendere dall’Appennino Tosco-Emiliano, dal Mugello, dal Chianti e oltre: dall’Aretino, dal Senese, dal Grossetano, dal nord Umbro. Un saluto d’addio al “capoccia”, al fattore e al padrone per ritrovarsi in fabbrica con il capofficina, il caporeparto e altri padroni, ma lì c’è anche l’incontro con il sindacato e con i partiti fuori dai cancelli, in un percorso di integrazione delle masse e di formazione democratica individuale. Una parte dei migranti interni opterà per il lavoro in proprio, trasferendo dalle zolle allo “stanzone” la stessa capacità di mobilitazione del nucleo familiare, dai più anziani ai bambini, tutti coinvolti nel lavoro senza limiti di orario, senza festivi, ciascuno secondo le proprie capacità. Al primo flusso se ne aggiunge un altro altrettanto imponente dal Sud Italia, fatto di involontari sabotatori delle previsioni governative: lo “Schema Vanoni” e i piani di fornitura di manodopera per il Nord industrializzato prevedono lo spostamento di 600.000 persone dal meridione. Si muoveranno 900.000 italiani nel solo periodo 1958-1963 e oltre 9 milioni nel ventennio 1951-1971.

    Una stagione eccezionale, straordinaria, in negativo e in positivo, di grandi trasformazioni. Non ne resta fuori la politica, che nell’area fiorentina trova un humus favorevole a inedite aperture. Nella DC uscita dalla fase degasperiana si formalizza la presenza interna delle correnti – anche se definite inammissibili per statuto – e si afferma la leadership fanfaniana. La Firenze cattolica è però già pronta a disegnare nuove traiettorie anticipatrici del Concilio Vaticano II, grazie alla presenza di personalità come Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani. La tensione religiosa non è sconnessa da quella politica: in quel clima maturano sensibilità nuove, che con la seconda e soprattutto la terza generazione democristiana si fanno portatrici di una svolta nel dibattito interno al partito, ipotizzando l’apertura del confronto con i socialisti e l’archiviazione dell’anticomunismo maccartista, infine sfociando nella nascita delle “Giunte difficili”, come quelle fiorentina e carmignanese. Si tratta di un gruppo di giovani dirigenti che nella seconda metà degli anni Cinquanta assume la guida della DC provinciale: ne fanno parte Edoardo Speranza, Ugo Zilletti, Nicola Pistelli, Sergio Pezzati, Giorgio e Giovanni Giovannoni, poi Ivo Butini e Cesare Matteini. Le scelte personali e le logiche di corrente li vedranno in seguito divisi, ma in quel momento determinano il cambio di marcia democristiano, non più retaggio dei notabili e della vecchia guardia degli anni Quaranta. E mutamenti si osservano nel PCI, a seguito della tempesta krusceviana. Sulle rive dell’Arno a mettere le vesti di rosso Euangelion è il responsabile organizzativo nazionale in persona, Giorgio Amendola, che riporta al segretario uscente Guido Mazzoni – dell’ala dei “duri” ortodossi – l’invito del “Migliore” a farsi da parte. Detto e fatto: spazio dunque agli “innovatori” Mario Fabiani e Carlo Alberto Galluzzi. Di quel frangente a cavallo tra i due decenni merita annotare alcuni elementi che si tengono insieme: uno dei risvolti della “via italiana al socialismo” riguarda l’insistente attenzione del PCI toscano e fiorentino verso il “ceto medio”, secondo tema centrale nei dibattiti congressuali. Stessa attenzione rivolta dal PCI pratese, che esordisce nel 1959 con la propria Federazione, quasi a voler premiare gli oltre 100.000 abitanti della città laniera ma soprattutto a riconoscere le peculiarità di uno sviluppo economico del comprensorio tessile che si afferma e prende una via autonoma rispetto a quella fiorentina. Autonomia in cui sta l’esplosione della piccola e media impresa e dell’artigianato, appunto quel “ceto medio produttivo” al quale i comunisti puntano, alternando dichiarazioni formali di adesione alla lotta proletaria e azioni concrete di avvicinamento alla piccola e media borghesia urbana. D’altra parte una cospicua fetta di quei “padroncini” sono stati operai e conservano nel loro laboratorio il poster di Stalin o la falce e martello accanto a quello della squadra del cuore o della “cover girl” in voga. Mutamenti li vive anche il PSI: si consuma in modo definitivo la stagione del frontismo sugli spari della rivolta di Budapest e il cambiamento si realizza anche al vertice della federazione fiorentina, prima con il passaggio da Alfio Dini a Luciano Paolicchi, poi con la definitiva affermazione autonomista di Luigi Mariotti. Gli sono di prezioso aiuto, non solo numerico ma soprattutto teorico e politico, l’ingresso dell’area laica ed ex azionista di Unità Popolare: Calamandrei, Codignola, Enriques Agnoletti, Barile, Lagorio, Morales, Anna e Franco Ravà, Giorgio Spini. Un contributo politico e culturale che si tradurrà anche nella progettazione e pianificazione del territorio, con il PRG di Edoardo Detti, anch’esso azionista e partigiano.

    L’andamento elettorale rispecchia il flusso della corrente umana e stabilisce una prima cesura con le elezioni del 1958: per la DC che perde terreno è l’ultima elezione in cui può affermarsi come partito di maggioranza relativa in 14 Comuni, mentre nelle successive politiche del 1963 perderà il podio in 7 Comuni. Le restano ancora i feudi antichi dell’Alto Mugello, di Carmignano e del neonato Poggio a Caiano, ma altrove si afferma il PCI, o come forza di maggioranza relativa o crescendo numericamente come partito di maggioranza assoluta. Si tratta della combinazione di più fattori: aumento della popolazione per migrazione interna, diminuzione degli addetti al primo settore, aumento degli addetti del secondo settore. Il PCI nel 1963 supera la crisi post-ungherese e strappa il primato alla DC a Firenze, Prato, Campi Bisenzio, Montelupo, Montemurlo (punta massima di aumento percentuale, +11,9%), Signa e Tavarnelle Val di Pesa. Laddove è già maggioranza relativa aumenta il proprio dato restando tuttavia sotto il 50% in 17 Comuni, con picchi di guadagno di oltre 8 punti a Fiesole e Lastra Signa. In 8 casi i comunisti passano dalla maggioranza relativa a quella assoluta (a Vicchio +7% e a Vernio +6,8%), mentre in 12 Comuni s’irrobustisce la maggioranza assoluta: Certaldo svetta con un +8,5% ma il primato percentuale fiorentino spetta a Cerreto Guidi con il PCI al 62,65%, seguito dai comunisti di Castelfiorentino al 60,95%. Di tutte queste dinamiche sembra soffrire parecchio il PSI, che vede defluire parte del suo elettorato verso il partito di Fabiani. I socialisti tra le elezioni 1958 e 1963 denunciano perdite che oscillano tra l’1% e l’8%, con punta minima a Reggello (-0,96%) e punte massime in Comuni di consolidata tradizione come Vicchio (-8%, qui il +7% del PCI attesta un travaso lampante), Fiesole (-7,67%), San Piero a Sieve (-7,19%), Londa (-6,54%). I dati complessivi provinciali raccontano l’andamento medio appena visto: il PCI sale dal 36,91% del 1958 al 41,72% del 1963; il PSI, che nel 1958 si trova in alcuni Comuni oltre il 20% (28,24% a Vicchio) scende dal 16,14% al 13,06%; la DC passa dal 33,86% al 28,46%.

    Il poggio dimagrisce, la piana ingrassa e il PCI aumenta i voti. Colpa in parte dei conterranei di Fanfani, per nulla suoi sostenitori. Lo conferma il segretario DC pratese, Ottone Magistrali: gli ex mezzadri e contadini dell’Aretino, dell’Umbria, dell’Appennino vengono a Prato e votano comunista «come hanno sempre fatto». Il PCI fa ascoltare loro «il linguaggio della fabbrica» anziché «il linguaggio della città» e così «tutto rimane legato in maniera reazionaria a vecchie tesi che solo un mondo senza speranza può credere risolvibile in un atto rivoluzionario. E ciò è fare proseliti al comunismo e mantenere proseliti al PCI».

     

    Riccardo Cammelli

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