Radio Cora - La somma non fa il totale (1948-1953)

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  • La somma non fa il totale (1948-1953)

    elezioni 1948Prato e Firenze: due mondi. Vicini geograficamente, distanti per caratteristiche sociali ed economiche, molto distanti per l’evoluzione della loro base produttiva. Dalla fine del XIX secolo Prato è già nota come la capitale dei “cenci” o la “Manchester d’Italia”, una tradizione sviluppatasi dal XIII secolo e consolidatasi anche a seguito del divieto imposto dalla dominante Firenze di produrre e commercializzare il tessile di alta qualità. Dal “panno bigello” al cardato, Prato si specializza progressivamente nelle produzioni di lane ordinarie e di livello qualitativo medio-basso.

    Nel secondo dopoguerra, nonostante i danni prodotti dai bombardamenti, Prato si riprende rapidamente già dalla fine del 1945, grazie alla crescita della domanda interna, alle garanzie fornite dal Piano Marshall e alla ripresa delle relazioni con alcuni grandi mercati di sbocco. Tuttavia, tra la fine del 1951 e l’inizio del 1952, a seguito del blocco delle importazioni da parte di India e Sudafrica e della saturazione della domanda interna, si verifica una crisi drammatica, che produce 5.000 licenziamenti e sospensioni e costringe alla cassa integrazione 17.000 lavoratori. Da quella caduta produttiva emerge il futuro sistema-Prato, quello che soltanto molti decenni dopo sarebbe stato modellizzato e identificato con il concetto di “distretto”. La destrutturazione dei lanifici a ciclo completo determina la genesi di un sistema produttivo singolare, decentrato e coordinato allo stesso tempo. Decentrato perché fondato sulla figura dell’artigiano contoterzista – spesso ex operaio (e spesso comunista) dotato di macchinari affittati o acquistati a sconto lavoro – responsabile in proprio delle fasi di lavorazione precedentemente contenute nei lanifici a ciclo completo; coordinato, perché retto dalla figura dell’impannatore, “il capitalista senza capitali” capace di selezionare i fornitori (i terzisti) per la realizzazione delle singole fasi di lavorazione in base alle esigenze produttive ed alle prospettive del mercato.

    Molto diversa, nell’immediato secondo dopo guerra, è l’evoluzione della realtà produttiva fiorentina. Il vero e proprio decollo industriale verificatosi in quest’area negli anni successivi alla Liberazione è dovuto soprattutto alla crescita delle industrie meccaniche. Rispetto a quanto si sta verificando a Prato, la base industriale fiorentina è costituita da aziende di dimensioni mediamente più grandi e con una dotazione tecnologica più avanzata. Tra queste spiccano la “Galileo” e il “Pignone”, due realtà produttive il cui destino si è intrecciato indissolubilmente con la storia dell’area fiorentina del Novecento.

    Emblematica è in particolare l’evoluzione del “Pignone”. Sorta come fonderia nel 1842 presso l’omonimo quartiere fiorentino in riva all’Arno, già a fine ‘800 l’azienda si specializza nella produzione militare; tale specializzazione crebbe ulteriormente dopo il trasferimento degli impianti a Rifredi (1917) e in particolare negli anni della guerra. I lavoratori della “Pignone” e della “Galileo” sono, non a caso, tra i tanti lavoratori dell’industria che si mobilitano nello sciopero generale organizzato clandestinamente dai partiti del CLN nel marzo 1944 (allo sciopero seguono arresti e deportazioni nei campi di concentramento tedeschi: gran parte di essi non farà mai più ritorno a casa).  Riconvertito alla produzione civile dopo la fine della guerra, nel 1946 il Pignone viene acquistato dalla “SNIA Viscosa”. La strategia della nuova proprietà, orientata primariamente alla produzione di telai tessili, si rivela ben presto fallimentare. Di fronte alla prospettiva della chiusura e della smobilitazione della fabbrica, nel 1953 si apre una durissima vertenza che vede tra gli attivi protagonisti il sindaco Giorgio La Pira. Il “sindaco santo”, sempre a “difesa della povera gente”, si schiera dalla parte degli operai: si interessa di persona e infine, dopo mille contatti e mediazioni, la vertenza si conclude con il passaggio dell’azienda all’ENI di Enrico Mattei, che ne cambia la denominazione in quella di “Nuovo Pignone”. Una tregua, in attesa di un altro braccio di ferro con gli industriali fiorentini e l’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce, che in piena guerra fredda chiederà l’espulsione dei “rossi” dalle officine.

    Due crisi simili, due risposte diverse: l’area pratese la trova all’interno del mercato, con una soluzione privatistica di polverizzazione produttiva e di scarico dei costi sui terzisti. La soluzione fiorentina si gioca a livello istituzionale e politico, e si traduce in un salvataggio pubblico. Saranno le due modalità con cui Stato e mercato convivranno in Toscana e nella provincia di Firenze: da un lato esempi come la “Galileo” o il “Fabbricone”; dall’altro aree come quella pratese o quella dell’Empolese-Valdelsa. La somma non fa più il totale: il processo di concentrazione della forza lavoro in grandi stabilimenti viene messo in crisi, e con esso la politica del PCI. In quella fase il partito deve adattarsi alla nuova situazione, rielaborando la sua strategia: la ristrutturazione della grande fabbrica porta licenziamenti, l’operaio-massa si trasforma in artigiano e piccolo imprenditore, un nuovo ceto medio a cui i comunisti intendono dedicarsi, anche attraverso apposite associazioni di categoria collaterali.

    Ma non è solo quella la somma che non dà il risultato previsto. L’esperimento frontista, visto come passo ulteriore rispetto al rispolverato patto di unità d’azione tra comunisti e socialisti e allargato – come nelle intenzioni di Nenni – all’area “progessista” fino al PRI, non risulta vincente. In piena guerra fredda la prima a respingere il progetto è la destra socialista di Saragat, che esce e fonda un partito di stampo socialdemocratico, ma nemmeno le forze laiche mostrano interesse. Storcono la bocca anche gli autonomisti del PSI, che vorrebbero frenare il treno in corsa. Al congresso della Federazione fiorentina del dicembre1947 viene approvata la mozione di Giovanni Pieraccini e Jaures Busoni che impegna i socialisti nella lista del Fronte Democratico Popolare ma solo a patto che vi partecipino le altre “forze progressiste”; nel caso contrario – si dice – i due partiti facciano “liste separate nello spirito dell’alleanza stabilita con il patto di unità d’azione”. Tutto vano: all’assise nazionale del 1948 il PSI va verso le liste unitarie.

    Il potenziale 59,16% ottenuto nel 1946 da PCI e PSI nella provincia di Firenze resta teoria. Il Fronte Popolare (FDP) alle politiche del 1948 ottiene complessivamente il 49,24%, una perdita di quasi 10 punti percentuali che non si spiega unicamente con l’uscita dei socialdemocratici. Infatti il risultato della lista Unità Socialista (US, un mix di ex azionisti, laici e socialdemocratici tra cui personaggi del calibro di Gaetano Pieraccini, Giorgio Spini, Tristano Codignola, Piero Calamandrei, Ernesto Rossi) ottiene in provincia il 6,13%. Il FDP ottiene gli scarti “migliori” – cioè perde meno – a Barberino di Mugello con il 67,2% (-2,6% rispetto al 1946); a Montaione con il 65,66% (-4,78% rispetto al 1946) e, terzi a pari merito Bagno a Ripoli (63,47%, -5,03 sul 1946) e Cerreto Guidi (71,72% -5,03%). Gli scarti peggiori sono tutti nel Mugello, dove il PSI è ben presente e dove la DC è forte: a Londa (40,46%, perdita del -24,44% rispetto al 1946), San Godenzo (28,28% e -21,73% rispetto al 1946) e Dicomano (53,26%, -15,46% rispetto al 1946). In nessuno di questi casi, confermando il trend provinciale, avviene il trasferimento matematico dei voti verso Unità Socialista. Tranne che a Barberino di Mugello, dove US prende l’1,93% (avvicinandosi di molto al -2,6% dei social-comunisti), negli altri casi non succede: basti annotare che a Londa US si attesta al 7,75% e a San Godenzo al 12,62%.elezioni 1953

    I numeri parlano chiaro: i frontisti non superano il 50% solo in 11 Comuni su 49 (Firenze compresa) e hanno Castelfiorentino come soviet principale (73,64%). Ma paradossalmente gli stessi numeri raccontano che il primo tentativo di unificazione di più partiti effettuato nel secondo dopoguerra non riesce e spiegano come le regole matematiche mal si concilino con le regole della politica.

    La dimostrazione della volontà di viaggiare divisi per colpire (ogni tanto) uniti si ha alle successive politiche del 1953. A recriminare sulle somme sbagliate questa volta è la DC, che vede sfumare la legge maggioritaria perché alcune piccole liste (UP di Epicarmo Corbino e ADN di Parri, Calamandrei e Codignola) impediscono al cartello centrista di raggiungere il 50,1%. A sinistra PCI e PSI tornano a presentarsi ciascuno con simboli propri. Facendo una semplice somma, i due nell’area fiorentina fanno il 51,54%, il PCI prende il 36,45% e il PSI il 15,09% quindi pare vada meglio “a letti separati”, ma questo lo possono dire solo i comunisti. Il dato complessivo provinciale cela infatti un trend divergente per ciascuno dei due partiti: è il PCI a tornare a livelli pre-1948, anzi a sorpassarli in 25 Comuni su 50 (nasce Vaiano che si distacca da Prato), mentre il PSI non raggiunge più il dato del 1946 in nessun Comune, con una perdita minima di 3 punti percentuali a Marradi (24,28% nel 1946 contro il 21,23%  del 1953) e la perdita massima di 12 punti a Vaglia (29,91% nel 1946 contro 17,9% nel 1953).

    Sottrazioni che fanno tirare ben altre somme all’autonomismo socialista fiorentino …

    Fabio Bracci e Riccardo Cammelli

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