Radio Cora - Una gabbia senza via d’uscita

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  • Una gabbia senza via d’uscita

    Schermata 2017-02-24 alle 21.24.51Stamattina, le due donne rom che ieri sono state rinchiuse nel gabbione dei rifiuti della Lidl di Follonica erano ancora là davanti, a pochi metri dal luogo dell’aggressione; hanno ragione loro, spesso non cambia nulla, alle aggressioni ci si abitua se non si hanno alternative e per adesso anche in questa storia di alternative concrete non se ne vedono.

    Sono stati tre dipendenti del supermercato a chiuderle in gabbia, come fossero due bestie, per poi girare un video diventato virale su facebook: «…non si può entrare nell’angolo rotture della Lidl…» ripete nel filmato uno dei tre uomini che sorride sarcasticamente e siccome il cassone non è aperto sui lati, allora sale sulla parete superiore, perché nessuno possa perdersi le immagini delle grida della donna.

    Cercavano nei rimasugli le due rom, in una zona esterna del supermercato nella quale l’accesso non è consentito: è questa la linea di difesa dei due dipendenti sospesi immediatamente dal servizio e indagati per sequestro di persona. Le due donne avevano raccolto della carta e del cartone quando sono state spinte dentro al container per mezzo di un muletto e così tenute in trappola. Una pelle diversa e non essere «zingare» forse sarebbe stato sufficiente per non essere fatte prigioniere e quei tre cartoni probabilmente glieli avrebbero pure lasciati.

    Non c’è davvero via d’uscita da questa storia, soprattutto se ci si confronta con i commenti sui social dopo che l’azienda Lidl Italia ha condannato in maniera netta l’accaduto e sospeso i tre lavoratori: “date una medaglia ai vostri valorosi dipendenti”, “promuoveteli”, “i rom? altro che gabbia, direttamente nei forni”, “se sospendete loro, Lidl non mi vedrà più”; poi arriva Salvini e lo sciacallaggio si completa con la componente del razzismo a sfondo elettorale.

     

    C’è una sola domanda da porsi: Perché tutto questo odio generalizzato verso queste due donne in stato di prostrazione? Se chiedete ai passanti dicono di conoscerle bene, ed allora di «perché» ne raccogliete in gran quantità: perché chiedono l’elemosina, perché sono a volte insistenti, perchè hanno i denti d’oro; il resto è il consueto racconto della folla, fatto di furti presunti, di disturbo all’ingresso nel supermercato, la consueta questione del decoro misurata sull’aspetto esteriore e poco altro. Resta il fatto: cercavano rimasugli di cibo e sono state chiuse in una gabbia.

     

    Di tutti questi «perché» bisogna farsi carico e dare risposte che spieghino, per disinnescare il processo di violenza che hanno attivato: le due rom, ieri mattina a Follonica, sono davvero diventate un’immagine stereotipata facile da colpire; il corpo di quella donna che urlava impaurita perché messa in gabbia incarnava il bersaglio di odio di centinaia di persone che hanno un forte senso di ripulsa verso gli «zingari». Sono centinaia i “mi piace” legati alla visione del video, eppure gran parte di questi frequentatori di facebook, le due donne di Follonica non le hanno mai incontrate o vivono a centinaia di chilometri di distanza dal luogo dei fatti; ma è una narrazione che funziona, perché costruisce e conferma perfettamente l’immagine di cui si ha bisogno, per sfogare i propri istinti più bassi: l’immagine della gabbia è la stessa che attraversava la costruzione dell’odio razziale verso i «negri», fatta di banane e di grida stridenti da bestia appunto.

    Si tratta di una narrazione al negativo che funziona e attira popolarmente consensi, perché il racconto di ciò che sono i rom ed i sinti in Italia lo si affronta solo attraverso lo sterile posizionamento rispetto a messaggi che diffondono comunque «antiziganismo». I racconti si limitano a singoli eventi distaccati: oggi hanno rubato, oggi sono fuggiti, oggi hanno fatto violenza, oggi non si sono integrati come dovevano, e via di seguito con una serie di posizionamenti che oscillano su due estremi costituiti da un lato dall’odio razzista, dall’altro dallo sguardo di chi dice che in fondo sono diversi e «va bene così», ma che mai riconosce valore all’ individuo all’interno di quel gruppo. È così che due donne che rovistano nella spazzatura possono essere trasformate facilmente nel simbolo di un intero popolo da punire: si finisce per essere attirati sulla linea della categorizzazione per gruppo paradossalmente anche quando ci si impegna nel tentativo di difenderli dalla discriminazione. Ne esce una non-narrazione e le non-narrazioni hanno per fulcro naturale lo stereotipo, perché ci si trova sempre a dover giocare in difesa, a dover offrire risposta ad una problematicità e mai a confrontarsi con la storia reale, già totalmente inscritta nelle vicende italiane ed europee.

    Ci vuole allora il coraggio di sostenerli e costruirli gli incontri con la realtà : 180mila persone in Italia che per l’80% scompaiono e restano invisibili ai nostri occhi perché non possono dire di essere rom e sinti. È una minoranza quella di rom e sinti che vivono per strada e nei campi nomadi e quelle soluzioni abitative di emergenza non vanno scambiate per il segno della “cultura dei rom così diversi da noi”, ma come il segnale di una emarginazione costruita da secoli, che insieme alla povertà, porta alla disperazione di chi rovista nei cassonetti. Di etnico non c’è nulla, di pratiche di esclusione sociale c’è invece moltissimo e sono il motivo per cui chi ce l’ha fatta sceglie di rendersi invisibile. È il percorso di avvicinamento reciproco che non si può più rimandare, perché dopo l’informazione corretta rispetto alla quale possono fare molto i giornalisti, i professori, i ricercatori, gli attivisti, i genitori, tutti noi, poi è necessario arrivare all’incontro con le persone in carne ed ossa e per incontrarli bisogna che ci sia la possibilità di farlo, senza steccati o recinti o cassonetti a dividerci.

    Ma chi incontrare, magari durante il percorso scolastico? A volte si è pensato che fosse sufficiente incontrare un rom qualunque e siamo ricaduti nell’etnicizzazione del problema: non basta incontrare un qualsiasi rom o sinto, ma è necessario incontrare quelle persone che sono in grado di offrirci altri occhiali con cui osservare la realtà. Mi vengono in mente Noè che si gioca il futuro disegnando abiti, Denny che produce e realizza i suoi video, Angela che ci prova a fare l’estetista, Emanuele che ha incontrato centinaia di ragazzi/e condividendo con loro il viaggio sul treno della Memoria toscano, Eva che continua con le sue ricerche universitarie, Marco che fa l’operaio accanto ad altri compagni, Alessandra che fa la colf e la mamma; sono loro che possono offrirci le chiavi per aprire la via ad un nuovo rapporto da costruire; che possono abbattere i muri e costruire i ponti, che possono farci leggere la realtà concreta delle due rom di Follonica senza trasformarle nel capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni.

    Di fronte ad un gruppo di ragazzi di Prato, Noè ha detto qualche giorno fa: “dovete immaginare che sopravvivere per strada come “zingaro” o trovarsi costretto in un campo nomadi è un po’ come essere stretto ad una catena che è sotto il controllo di altri, il tentativo di liberarti è difficoltoso e se ci riesci a volte metti in atto comportamenti difficili da capire per gli altri, perché generati dalla povertà e anche dal lungo tempo che hai passato soffrendo privazioni di ogni genere.

    Aveva ragione lui, le due donne di Follonica sono ancora lì, di fronte all’unico luogo, quel supermercato, a cui in qualche modo resta attaccata la loro esistenza seppur circondate da insulti; la corda non è sufficiente neppure per abbandonare quel posto di disprezzo.

    Luca Bravi

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