Radio Cora - IL DISCORSO SOSPESO. Ovvero: Firenze (e l’Italia) alla prova della democrazia

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  • IL DISCORSO SOSPESO. Ovvero: Firenze (e l’Italia) alla prova della democrazia

    01Con questo testo  comincia la  pubblicazione, con cadenza mensile, di articoli che, partendo dalle scansione cronologiche  dell’andamento elettorale nella Provincia di Firenze dal 1946 al 2001, incroceranno il dato delle urne con le dinamiche socio-economiche, facendo emergere l’atteggiamento e il comportamento dei partiti  rispetto alla trasformazione antropologica, economica e sociale del territorio. In particolare si metteranno in evidenza i mutamenti scanditi dalle fasi economiche locali e nazionali e il trend elettorale delle principali forze politiche nei vari comprensori dell’area fiorentina. Spazio anche ai partiti “minori”, ai movimenti,  agli “extraparlamentari” e  a temi specifici quali la conflittualità nei distretti delle città-fabbrica rispetto alla conflittualità nelle città universitarie. Proveremo inoltre ad affrontare il tema del rapporto tra partiti e gruppi di interesse/gruppi di pressione con particolare riferimento alle realtà distrettuali e approfondendo sul caso pratese.

    L’”Operazione Olive” è già nel passato, la Linea Gotica resta una sequenza di squarci profondi ma le città e i paesi hanno bisogno di ricostruire quella Repubblica appena dichiarata dal voto popolare. Tutto sembra tornare come prima, secondo un lunghissimo equilibrio che si regge sulla tradizionale gerarchia della società rurale toscana, con le sue figure di marca post-medievale, ciascuna nel suo preciso spazio della produzione: il bracciante, il fittavolo, il colono, il mezzadro, il bifolco, la massaia, il capoccia, il fattore e il padrone. Senza dimenticare il parroco e i più moderni veterinario, medico condotto e maresciallo dei Carabinieri. Affondato il vascello del Littorio (ma con tante scialuppe di salvataggio) gli agrari, la nobiltà terriera e i grandi imprenditori sono pronti a salire su nuovi natanti: le flotte battono bandiera crociata, liberale, monarchica, si muovono su rotte diverse, talvolta parallele, ma puntano le cannoniere contro il medesimo obiettivo social-comunista. Dopo il torpore della pax romana imposta dai caporioni, riprendono le lotte nelle campagne, s’infervora il clima, si prendono posizioni. Per i cattolici memori della Rerum Novarum c’è spazio per tutti: dall’ultimo dei braccianti al più ricco dei latifondisti, ligi al tradizionale interclassismo. Ecco allora riattivarsi le canoniche, gli oratori e le ACLI alla ricerca degli umili vangatori della gleba. Ecco poi accogliere i piccoli proprietari con l’avvento della Coldiretti, vera epifania del principale gruppo di pressione nel primo settore, anima e corpo del suo leader Paolo Bonomi.

    A dare voce ai lavoratori rurali in quel mondo cristallizzato ad vitam aeterna si presenta anche un temibile competitor, alfiere dei diritti e delle lotte nelle campagne: è il “partito nuovo” di Togliatti, organizzatissimo, diffuso, penetrante, speculare alla presenza cattolica. Predica il verbo di Mosca in versione italiana aggiornata, lasciando coltivare nei cuori degli adepti la speranza nel salvatore che viene da dove nasce l’alba del sole e ha i baffoni e non la barba, come invece l’altro di Palestina. Invero, l’avversario con cui battagliare sarebbe la DC ma sono le sedi dell’associazionismo cattolico a svolgere una funzione di supplenza rispetto a un partito debole e disinteressato alle sezioni territoriali. La saldatura tra campagna e città rientra nella strategia delle alleanze tra blocchi sociali che il “Migliore” ha declinato nel caso dei ceti medi dell’“Emilia Rossa” e si rafforza nel supporto alle lotte rurali. C’è spazio anche per quella forma ibrida del mezzadro, proprietario mancato e servo camuffato: il portato rivendicativo e ideale del PCI viene accolto come un elemento di “liberazione” che si aggiunge alle lotte operaie nei centri urbani.

    I nuovi punti di riferimento a sostegno della battaglia sono le case del popolo, le cooperative, le Camere del Lavoro, le sezioni, a Montaione come a Vernio, a Rufina come a Fucecchio. Coloni, mezzadri, braccianti, hanno l’occasione di socializzare le loro esperienze e trovano il modo di venire rappresentati direttamente o indirettamente nelle assemblee comunali elettive, tra le liste dei partiti di sinistra (così come nelle liste DC e di altre compagini). All’appello di quel discorso in sospeso mancano in buona sostanza i socialisti del PSIUP, che mostrano una seria difficoltà di tenuta: il “testimone” detenuto dal partito di Turati e di Nenni fino ai primi del secolo viene mollato e il PCI se lo prende in un passaggio di consegne non cercato ma ottenuto dalla Resistenza, imbastendo con le forze sociali e sindacali le lotte per la riforma agraria, il miglioramento delle condizioni nelle campagne e la riforma del contratto di mezzadria. È quest’ultimo che viene visto dai comunisti come l’ostacolo per una trasformazione dei rapporti di classe nelle campagne, che si deve realizzare all’insegna dello slogan La terra ai contadini. Nei volantini di propaganda del PCI si fa sapere al mezzadro che il partito lotta a suo fianco «contro gli agrari e i monopoli» e che appoggia l’obiettivo di «restare sulla terra che lavor[a] e divenire proprietario». In regione e nell’area fiorentina crescono le aspettative e le speranze per lo scioglimento del “nodo della mezzadria”: diffusa da cinque secoli in pianura, in collina come in alta montagna, dal Mugello alla Valdelsa, lungo tutto il Valdarno, nel Chianti e sull’Appennino Tosco-Emiliano, attende d’essere rivista. Lo chiedono i conduttori dei terreni ai loro proprietari, perché il sistema di smezzamento del prodotto è spesso e volentieri ignorato; lo chiedono perché le case diroccate, senz’acqua, luce, collegate solo da piccoli viottoli o carrettiere, sono il tugurio insano dove abitano assieme alle loro famiglie.

    I primi banchi di prova per testare i “feedback” rispetto all’azione politica e sindacale sono costituiti dalle elezioni amministrative e dalle elezioni all’Assemblea Costituente. Il primo dato che si osserva è una caratteristica del sistema politico italiano che perdurerà fino ai primi anni Novanta: i primi tre grandi partiti (democristiani, socialisti e comunisti) occupano il 90% dello spazio del consenso. Resta un 10% da contendersi tra i vari “partiti minori”. Un secondo dato: se è vero che la Toscana e la provincia di Firenze si stanno tingendo di rosso, non vanno trascurate le dimensioni della DC, che riflettono una robusta e attiva presenza cattolica (collaterale) diffusa. Lo scudo crociato nel 1946 è partito di maggioranza relativa con percentuali ben superiori al 30% in particolari zone a vocazione agricola e in fase di declino: si tratta dell’Alto Mugello (Firenzuola e Palazzuolo su Senio) e dell’area del Montalbano (Carmignano e Montelupo Fiorentino, a cui vanno aggiunti i borghi e le frazioni di Prato Sud, al confine con la frazione carmignanese di Seano). La stessa DC registra percentuali superiori al 30% ma non è “prima” in gran parte della provincia, con le migliori performances che si hanno: nell’area pratese a Montemurlo, Cantagallo e Vernio; nell’Alto Mugello è sul secondo gradino del podio a Londa, Marradi, San Godenzo e Dicomano; nel Valdarno superiore a Reggello; nel Chianti a Tavarnelle Val di Pesa; A Signa supera il 34% e chiude l’anello che congiunge la fascia Montalbano-Le Signe. Un discorso a parte va fatto per la città di Firenze, socialmente e culturalmente pluricomposita, complessa e perciò territorio che non esprime il prevalere di nessuna forza sulle altre: la prima amministrazione eletta è quella social-comunista del sindaco Mario Fabiani, ma nessuno dei tre principali partiti alle elezioni per l’Assemblea Costituente supera il 30%, con la DC che prevale di misura al 28,19%.

    Dalle urne si desume anche che il “passaggio di consegne” dal PSIUP al PCI è abbastanza celere. La fotografia delle elezioni alla Costituente del 1946 indica ancora luoghi di antichi fasti socialisti, risultato di tradizioni e di lotte che risalgono alla fine dell’Ottocento: il partito che sarà spinto a svolgere il ruolo di “terza forza” si piazza primo in 5 Comuni su 49 della provincia, con punte del 39,81% a San Piero a Sieve e del 40,92% a Vicchio. Nel resto dei territori il PCI è già al primo posto come partito di maggioranza relativa e in 12 Comuni con percentuali superiori al 50% (punte massime: Castelfiorentino 65,08% e Vinci, Empoli e Cerreto Guidi sopra il 62%). Incrociando i dati dei tre maggiori partiti e osservando la mappa provinciale emergono due indicazioni rilevanti anche per il futuro: si nota la demarcazione della presenza democristiana nell’Alto Mugello, nel Montalbano e in Firenze città. Si nota altrettanto la diffusione del PCI come forza “di lotta e di governo” sia nelle aree rurali di precedente appannaggio socialista, sia – in misura maggiore – nel “triangolo industriale” locale formato dalla piana fiorentina, il mandamento pratese e l’Empolese-Valdelsa.

    Il successo social-comunista non corrisponde pienamente al successo ottenuto dalle rivendicazioni in tema di agricoltura: l’obiettivo è raggiunto in parte nel 1947 attraverso il “Lodo De Gasperi” e la “tregua mezzadrile” sancita dal ministro Antonio Segni, potendo “strappare” una ripartizione favorevole al mezzadro nella misura del 53%. È già qualcosa, ma c’è poco tempo per ponderarne i benefici. Il mondo contadino inizia a stare stretto alle nuove generazioni e l’universo che lo circonda è tutto un brulichìo: nei fondovalle dei corsi d’acqua, lungo gli snodi viari e ferroviari e nella piana tra Firenze, Empoli e Prato l’industria riparte decisa e rumorosa, un rumore che udito in collina sembra un canto di sirena per chi intende lasciare l’Itaca del vomere.

    Fabio Bracci, Riccardo Cammelli

     

     

    Fabio Bracci è sociologo e ricercatore presso IRIS Prato, ha conseguito il dottorato di ricerca in Sociologia all’Università di Urbino. Si occupa di sociologia economica dei distretti e di immigrazione. La sua ultima opera pubblicata è: “Oltre il distretto. Prato e l’immigrazione cinese”, Aracne, 2016

    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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