Radio Cora - PAROLA DI COSTITUENTE: SANDRO PERTINI

articoli

  • PAROLA DI COSTITUENTE: SANDRO PERTINI

    sandro-pertini
    DI CLAUDIO MAZZOCCOLI BONADIES· Dal 4 Dicembre 2016 l’Italia può dirsi cambiata. Se scorporiamo il voto degli Italiani all’estero e quello della Provincia di Bolzano, il “NO” porta a casa una ovazione da 60% pieno..Inutile, quindi, che si parli, da parte dei politici, solo di semplice “sconfitta elettorale”. Questa è la fine di un periodo storico della nostra storia repubblicana. L’Italia entra in un altro periodo. Sarà meglio o sarà peggio ? Di sicuro sarà DIVERSO !
    Il grande Leopardi , se fosse ancora tra noi, comporrebbe una nuova appassionata lirica sull’onda della sua “La quiete dopo la tempesta”. L’esercizio da fare sarebbe ora determinare chi è la “..gallina, Tornata in su la via, Che ripete il suo verso..” Leggendo le notizie politiche di questi giorni, qualche idea ce la possiamo anche fare. Nel frattempo si approssima il momento del discorso del Presidente della Repubblica. Sappiamo che Mattarella ha commesso l’errore (uno dei tanti..) di venire meno alla neutralità che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto avere nei confronti di un tema referendario così delicato come la Costituzione. In questo, senza nulla togliere alla prestigiosa carica istituzionale che ricopre, ha messo definitivamente in discussione la propria figura. E allora io passo ai miei ricordi e torno a quello che , immagino, tutti vorremmo oggi come Presidente della Repubblica: al grande Sandro Pertini. Di certo, con lui un disastro come quello che osserviamo non avrebbe avuto luogo. Ma il grande Sandro non c’è più. Ma ci siamo noi con la nostra forza e con il nostro coraggio, le armi con le quali, praticamente a mani nude, abbiamo combattuto e VINTO una battaglia in cui media, stampa, industriali, qualche sciagurata sigla sindacale insieme ai poteri forti dell’alta finanza ci volevano vinti e sottomessi. Voglio allora farvi un dono: un testo di discorso da Presidente che forse vi piacerà leggere. Provate a sentirlo leggere con la sua inconfondibile voce….. ___________________________________________________
    Il testo riporta l’intervento che Sandro Pertini, in qualità di Presidente della Camera dei Deputati, tenne nel maggio 1969 in occasione della presentazione dell’operare “Studi per il Ventesimo Anniversario dell’ Assemblea Costituente” (Volume I – La Costituente e la Democrazia Italiana, pagg 23-27) .
    Per ricordare degnamente il significato politico e storico della conclusione dei lavori che impegnarono l’Assemblea costituente dal giugno 1946 al dicembre 1947 nella definizione dei lineamenti ideologici e giuri­dici della Carta, che tuttora presiede alla civile e democratica convi­venza della società nazionale, nessuna iniziativa è apparsa più pertinente di una approfondita ed organica « riflessione critica » sui temi essenziali della nostra esperienza costituzionale. Ad essa hanno dato la loro adesione, con il più largo concorso di contributi, uomini politici e studiosi italiani fra i più illustri. La decisione, presa dagli Uffici di Presidenza dei due rami del Parlamento nella precedente legislatura, trova oggi il concreto conforto di un’opera di notevole valore scientifico e politico, che corrisponde perfettamente all’altezza delle speranze con le quali venne concepita e sostenuta. Nei volumi che raccolgono tanta feconda messe di studi è dato rintracciare, accanto alle rigorose verifiche della resistenza degli istituti al passo lungo della storia, i «ricordi» di alcuni protagonisti della vicenda politica della Costituente, oltre a documenti inediti desti­nati ad agevolare, per qualche verso, una più completa ricostruzione storica dello sfondo nel quale operarono gli uomini e le forze politiche della risorta democrazia italiana. Si tratta di un prezioso materiale di ricerca e di acquisizione critica che di per sé rappresenta una valida premessa per quella futura storia della Costituente di cui si comincia ad avvertire, con un certo disagio,la mancanza. A venti anni dalla sua elaborazione nessuno potrà disconoscere che la Carta costituzionale, nonostante gli inadempimenti determinatisi circa i tempi della sua completa attuazione, non sia viva e vitale nella coscienza degli italiani e nella dialettica essenziale delle istituzioni repubblicane. A differenza di altre Costituzioni contemporanee spazzate via dalla scena della vera e operante democrazia, quella nostra con­ferma, con il passare degli anni, il robusto fondamento della sua origi­nalità giuridica e sociale. Ma, ad essere realistici, si dovrà convenire che non basta aver deli­neato, con l’intuito che distingue ed esalta le tradizioni della nostra scienza costituzionale, la sistematica degli istituti di una moderna de­mocrazia per conseguirne il riscontro effettivo nella quotidiana testi­monianza scandita dalla vita di un popolo. E’ certamente vero che alla scuola della libertà noi abbiamo imparato ad essere liberi, come esigeva l’avvertito ammaestramento di un generoso patriota del Risorgimento: tuttavia non si è liberi una volta per sempre, poiché la libertà si iden­tifica con la condizione di costante pericolo essendo sempre esposta a insidie ed a illusioni. Nostro dovere, quindi, è quello di vigilare ogni giorno su di essa. La storia del passato ci dà questo avvertimento. Io mi sono permesso di ricordarlo con la sola autorità che mi deriva dall’aver offerto tutta la mia vita alla causa degli uomini liberi. Se richiamo alla memoria i tempi dell’Assemblea costituente non riesco a vincere la commozione che provai a sentirmi tutto preso da un clima di entusiastica operosità di una nuova e libera società democratica che distingueva allora quel consesso. A quella realtà, divenuta così in­tima parte della nostra vita politica e spirituale, da un secolo i più avanzati esponenti della classe politica italiana di opposizione istituzio­nale avevano guardato con ansiosa e operante attesa. Cosi, cercando attorno nell’emiciclo dell’Assemblea costituente tanti volti conosciuti nell’ora della verità, durante la difficile e dura lotta, si poteva dire, come per il primo Parlamento della nostra unità:« Tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo portato la grande pietra al grande edifizio sotto il quale ripo­seranno le future generazioni ». La Costituente, richiesta dalle genti lombarde nel 1848; proclamata dal Montanelli e dal Mazzini l’anno dopo ed insediata nel cuore di Roma, breve ma gloriosa realtà repubblicana spenta dalla violenza delle armi straniere; riproposta invano, ancora una volta, dal Mazzini e dal Cattaneo nell’inquieta atmosfera della Napoli del 1860 appena liberata dalle milizie garibaldine; affiorata quale affermazione pole­mica dapprima nelle istanze dei repubblicani e poi anche nelle proteste dei socialisti in pieno Parlamento nella grave crisi di fine secolo; rie­mersa come vigorosa denuncia morale oltre che politica durante la lotta contro il fascismo, veniva finalmente a costituire il fermento rinno­vatore della nazione risorta a nuova vita dalle rovine della guerra dopo la lunga notte della dittatura. L’Italia, animata dallo spirito della Resistenza, aveva ritrovato le vie del suo risorgere a dignità di Stato libero e sovrano e provvedeva a darsi la Carta costituzionale destinata a segnare gli impegni ed i tra­guardi della sua esistenza di nazione democratica. Ma il « richiamo » alla Costituente veniva di lontano. La riconferma dell’unità di azione in seno al Comitato di liberazione nazionale doveva risultare subito un elemento estremamente positivo proprio per la difesa ad oltranza della preminenza del principio costi­tuente. Dopo la liberazione di Roma, una volta costituito il primo Governo democratico rappresentativo dei sei partiti del Comitato di liberazione nazionale, si provvedeva, con apposito decreto del 25 giugno 1944, a confermare l’impegno di convocare, a guerra conclusa, l’Assemblea costituente, la quale avrebbe sovranamente preso le proprie decisioni circa la forma dello Stato: questa volta non si trattava della promessa programmatica di un Governo di dubbio affidamento, ma di un auten­tico impegno sancito da una norma giuridica sottoscritta dai rappresen­tanti dei partiti antifascisti. Tale concreta assunzione di responsabilità politica e costituzionale corrispondeva all’indirizzo delineato in seno al Comitato di liberazione nazionale nell’ultima seduta che precedette la liberazione di Roma. Ormai ci si trovava dinanzi ad un vero e proprio capovolgimento della situazione costituzionale. Circa un anno prima la monarchia ancora poteva illuderei di stringere lo schieramento dei partiti antifa­scisti nella rete dell’elasticissimo e secolare Statuto e, richiamandosi alla Camera dei deputati, la cui elezione era stata prevista dal regio decreto legge 2 agosto 1943, si diceva disposta a consentire che a tale Assemblea fosse demandata «la libera discussione delle istituzioni e delle loro riforme». Con il decreto del 25 giugno 1944, voluto dal Comitato di liberazione nazionale, si realizzava, invece, quella che fu detta una vera e propria « Costituzione provvisoria ». Lo schema di politica costituzionale prefigurato in seno al Comitato di liberazione nazionale alla vigilia della liberazione di Roma trovava, intanto, per la protratta attesa della convocazione dell’Assemblea costi­tuente, puntuale adempimento con il decreto legge luogotenenziale 5 aprile 1945, che prevedeva la costituzione di una Consulta nazionale, atta a colmare il pericolo del vuoto rappresentativo nel delicato periodo precostituente. Ma nell’arco di due anni — e quali anni! — crebbero le resistenze e inframmettenze in ordine alla politica costituzionale seguita dai partiti antifascisti, sì che si volle ritenere superata la formula del decreto, del 25 giugno 1944, la quale delineava le caratteristiche della futura Costituente. Questa, in forza della suddetta norma, avrebbe dovuto anche deliberare la scelta della forma istituzionale dello Stato, ma il sopravvenuto decreto legge luogotenenziale 16 marzo 1946 rico­nosceva tale prerogativa direttamente al popolo, che, mediante referendum, veniva chiamato «contemporaneamente alle elezioni dell’Assemblea costituente» a votare per la Monarchia o per la Repubblica. In tal modo all’Assemblea costituente si demandava di attendere,in via preminente se non esclusiva, alla elaborazione di una Carta costituzio­nale predeterminata nel suo contesto istituzionale. La luce della Resistenza e dell’insurrezione popolare proiettò certa­mente la sua influenza determinante non solo sull’avvento della Repub­blica sancito dal referendum del 2 giugno 1946, ma anche sulla posi­tiva evoluzione del «dialogo politico» che diede vita, in seno all’Assem­blea costituente, alle norme della nostra Carta costituzionale. La grandezza morale della Costituente e la sua saggezza politica riposano indubbiamente nella ricerca di quelle soluzioni conciliative che potranno per lungo tempo ancora sorreggere la «concordia discors» della democrazia italiana. Il suo recupero ci è costato tanto sangue e tante lagrime, il suo valore è casi inestimabile che nessuna ambizione di uomo o di partito potrà trovare il varco per attentare al patrimonio politico sociale c spirituale che tale conquista per noi rap­presenta. All’Assemblea costituente risuonarono le voci e le attese di molti ita­liani forti ed animosi che recavano in sé ancora l’impressione del più profondo e vivo dolore umano: un dolore che solo una nuova speranza poteva riuscire a rendere fecondo di bene. Nel levare la loro protesta contro il totalitarismo essi sentivano di non agire soltanto da italiani, ma da uomini decisi ad influire sul migliore destino di altri uomini per il presente e per l’avvenire. Avevano la consapevolezza di uscire da una prova risultata così ardua, nel sacrificio e nella dedizione, da legittimarli quali interpreti — i più attendibili — della dignità del cittadino e dell’uomo. Questo mi pare il significato più vero e più alto dell’impegno politico e spirituale, che la Carta elaborata dall’Assemblea costituente abbia potuto offrire alle nostre giovani generazioni.
    Montecitorio, maggio 1969.
    2287 Vis. 1 Vis. oggi