Radio Cora - TRA LIBERAZIONE E PRIMO MAGGIO UN PAESE CHE NON SI PREOCCUPA DELL’INFORMAZIONE

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  • TRA LIBERAZIONE E PRIMO MAGGIO UN PAESE CHE NON SI PREOCCUPA DELL’INFORMAZIONE

    MAPPA_liberta-kRQG-U10701148518629mpC-1024x576@LaStampa.itLa notizia è nota:  nell’annuale classifica di Reporter sans Frontiers l’Italia si piazza al settantasettesimo posto, perdendo ulteriori posizioni rispetto allo scorso anno,  scendendo ulteriormente dal già poco edificante settantatreesimo  posto del 2015  (in pratica l’Italia è il fanalino di coda dell’Ue -che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti- , seguita soltanto da Cipro, Grecia e Bulgaria).

    Quella che è meno nota è la motivazione di questa classifica così poco edificante. Ed invece sarebbe importante capire perché l’informazione in Italia soffre.

    Ebbene, fra i motivi che – secondo l’organizzazione con base in Francia – pesano sul peggioramento, in particolare  il fatto che “fra i 30 e i 50 giornalisti” sarebbero sotto protezione della polizia per minacce di morte o intimidazioni. Nel rapporto vengono citati anche “procedimenti giudiziari” per i giornalisti che hanno scritto sullo scandalo Vatileaks. In pratica  giornalisti in maggiore difficoltà in Italia sono quelli che fanno inchieste su corruzione e crimine organizzato.

    Colpisce che questo tema non sia stato al centro delle celebrazioni per la Festa della Liberazione e non si intravede che lo siano neppure per la Festa dei Lavoratori ormai prossima. Eppure lo stato di salute dell’informazione è uno degli indicatori più evidenti ed immediati della qualità dell’intero sistema democratico.

    Perché dunque il tema dell’informazione non entra prepotentemente, come dovrebbe, nemmeno nell’agenda delle forze più attente alla promozione dei diritti e delle libertà?

    In effetti quello che la classifica di RSF ci pone di fronte non è tanto la crisi del sistema dell’informazione, quanto la crisi del sistema Paese: il giornalismo è malato perché minacciato. Ed è minacciato perché i fenomeni corruttivi in Italia sono sempre più pesanti e diffusi oramai capillarmente, tanto da segnare, in più parti del paese un’alleanza di ferro tra politica ed amministrazione deviata, economia a-morale e criminalità organizzata.

    Il giornalismo dunque non è in pericolo perché fa male o non fa il suo mestiere, bensì proprio perché cerca di svolgerlo al meglio.

    Il fatto che l’Italia scenda nella classifica fino ai vertici più bassi dell’UE dovrebbe dunque preoccupare tutti i cittadini italiani. Non solo e non tanto perché dall’informazione dipende la qualità della democrazia -il che sarebbe già tanto- ma soprattutto perché questi datoi ci parlano di un Paese in pericolo. Accerchiato dalle mafie e dalle corruttele. Ingessato da massonerie ed appartenenze. Depauperato da imprenditori privi di scrupoli.

    In un paese del genere l’informazione non può che essere ‘precaria’ (ed infatti le condizioni economiche dei giornalistim compresi quelli minacciati, in prima linea etc sono spesso ben al di sotto della soglia minima di sussistenza), piegata ai poteri forti, inceppata e, sostanzialmente, conformista.

    Chi si preoccuperà di questo?

    All’orizzonte, purtroppo, non vi intravede un gran panorama. Tutti sembrano concentrati sui propri obiettivi, ciascuno stretto nelle sue celebrazioni, ognuno imbevuto della sua propria retorica.

    Il problema è che se non si affrontano i nodi reali di questo Paese tra un po’ non ci sarà davvero più nulla da celebrare. Se non un qualche potere auto-sufficiente e auto-assolto.

    DG

     

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