Radio Cora - SARAJEVO, 20 ANNI FA LA FINE DELL’ASSEDIO PIU’ LUNGO

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  • SARAJEVO, 20 ANNI FA LA FINE DELL’ASSEDIO PIU’ LUNGO

    Venti anni fa finiva l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, il cui tragico bilancio fu di quasi 12mila morti, insieme a distruzioni e devastazioni che la popolazione ancora oggi fa fatica a dimenticare. La Bosnia-Erzegovina usciva dall’incubo di una guerra terribile e sanguinosa nel cuore dell’Europa, con 100mila morti e due milioni di profughi.

    Due settimane fa il Paese balcanico ha presentato formale domanda di adesione alla Ue, nella speranza di lasciarsi alle spalle il suo recente tragico passato e avviarsi sulla strada della modernizzazione e dell’integrazione europea. Durato 1.425 lunghissimi giorni con continui bombardamenti e con la città senza acqua, senza luce, senza cibo, l’assedio di Sarajevo cominciò nella primavera del 1992, con l’Europa rimasta a guardare. Ogni giorno sulla città cadevano in media 329 granate, e alla fine il bilancio fu di 11.541 civili rimasti uccisi, dei quali 1.601 bambini, oltre a 50.000 feriti. Seguendo la strada intrapresa da Slovenia, Croazia e Macedonia, tra il 29 febbraio e il primo marzo del 1992 il 64 per cento dei bosniaci, in prevalenza musulmani e croati, votarono per l’indipendenza dalla Jugoslavia di Slobodan Milosevic. Ma il referendum venne boicottato dai serbi, che già il 9 gennaio avevano proclamato una ‘Repubblica del popolo serbo’, e la capitale bosniaca si trovò circondata da cannoni e carri armati: duemila bocche di fuoco agli ordini di Radovan Karadzic e Ratko Mladic, oggi entrambi sotto processo per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità davanti al Tribunale internazionale dell’Aja.welcome-to-sarajevo

    Dopo l’intervento americano ed i bombardamenti della Nato sulla Serbia, si arrivò nel novembre 1995 alla firma dell’accordo di pace di Dayton e al dispiegamento nel Paese di una Forza multinazionale guidata dalla Nato. Per gli abitanti di Sarajevo finì l’incubo delle granate e dei cecchini, della fame e del freddo, con la “reintegrazione” della città, quando cioè fu spezzato l’accerchiamento e furono restituiti al governo di Sarajevo i sobborghi della capitale controllati dai serbi durante i tre anni e mezzo di guerra. Esattamente 20 anni fa, il 29 febbraio 1996, dopo Vogosca e Rajlovac, gli agenti delle forze di polizia governative entrarono a Ilijas, circa 20 chilometri a nord-ovest di Sarajevo, sbloccando di fatto la città e aprendo alla capitale bosniaca le arterie stradali che collegano Sarajevo alla Bosnia centrale, con le città di Zenica, Travnik e Tuzla. La riunificazione fu completata il 19 marzo, quando al governo di Sarajevo venne restituito il quartiere cittadino di Grbavica. Ma nei tre anni e mezzo di terrore i signori della guerra erano riusciti a far saltare la convivenza centenaria tra musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei, mentre la ‘pax americana’, ponendo fine al conflitto, sancì al tempo stesso una ferrea divisione etnica e istituzionale che rallenta e complica ancora oggi ogni decisione.

    La Bosnia-Erzegovina postbellica è infatti divisa in tre popoli (bosniaci musulmani, serbi ortodossi, croati cattolici) e due entità, la Federazione Bh (a maggioranza croato-musulmana) e la Republika Srpska (Rs, a maggioranza serba). Gli sforzi della comunità internazionale e di alcune forze politiche locali a favore dell’integrazione del Paese non hanno ancora dato grandi risultati – un limite che i bosniaci sperano di poter neutralizzare entrando nella grande famiglia europea. Per cominciare, prima di presentare la domanda d’ingresso nell’Unione, il 15 febbraio scorso, i politici locali hanno dovuto istituire un meccanismo di coordinamento dei rapporti tra la Bosnia-Erzegovina e l’Ue, affinché, su richiesta di Bruxelles, il Paese possa “parlare con una voce sola”.

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